In apertura Einaudi, in chiusura Croce: ogni riferimento ai moderati non è puramente casuale

Due liberali dell’Assemblea costituente: Luigi Einaudi e Benedetto Croce. Da Enrico Letta sono arrivati due citazioni, una in apertura di discorso e una in chiusura, due riferimenti non casuali di personalità non ascrivibili di certo al Pantheon della sinistra. Come a indirizzare il messaggio a un preciso destinatario: chi, nel centrodestra, in queste ore si sta macerando nel dubbio se votare o meno la fiducia a questo esecutivo. Citare un liberale, un economista liberista come Einaudi in una richiesta di fiducia vuol dire quasi correre il rischio di di allontanare il voto di chi siede nell’ala sinistra del Senato. Un rischio che Letta corre volentieri. Il premier esordisce rivolgendosi chiaramente a un preciso interlocutore, chi in queste ore sta domandandosi se staccare o no la spina a questo esecutivo. «”Nella vita delle Nazioni – esordisce Letta – l’errore di non saper cogliere l’attimo può essere irreparabile”. Sono le parole di Luigi Einaudi quelle che richiamo qui oggi. Le richiamo qui in Parlamento, davanti al Paese, davanti a tutti voi, per venire subito al cuore della questione. L’Italia corre un rischio che potrebbe essere fatale, irrimediabile. Sventare questo rischio, cogliere o non cogliere l’attimo, dipende da noi, dipende dalle scelte che assumeremo in questa Aula, dipende da un sì o da un no». E

inaudi, appunto, economista e presidente della Repubblica, figura liberale le cui massime vengono più spesso citate alle convention di Confindustria che ai congressi del Pd. Un messaggio non casuale, quindi. Altrettanto ben identificabile è il destinatario dell’appello finale. Ognuno «ora si ritiri sommessamente nella sua profonda coscienza» ed eviti «col suo voto poco meditato» di procurarsi «un pungente e vergognoso rimorso». In questo caso la fonte è il filosofo Benedetto Croce, in uno storico passaggio del suo discorso all’Assemblea Costituente. Una citazione che, almeno un risultato, per ora l’ha ottenuto: far entrare l’autore di Perché non possiamo non dirci cristiani nella top ten delle “tendenze” di Twitter.