Immigrazione, in giro c’è troppa superficialità. E lo dimostra il doppio estremismo dei grillini

La tragedia di Lampedusa ha riaperto il dibattito su come andrebbe gestito il fenomeno dell’immigrazione nel nostro paese. E come già è accaduto in passato subito sono partiti gli estremismi, fino ad arrivare al doppio estremismo dei “5 stelle” che prima hanno proposto e votato lo smantellamento della Fini-Bossi e poi sono stati costretti da Beppe Grillo a fare marcia indietro.

Questo ennesimo episodio dimostra come si affronti un grande tema con superficialità, cercando consenso spicciolo e senza studiare il fenomeno, che peraltro è in rapida trasformazione. Mentre la politica parla di una legge che comunque la si giudichi è datata e quindi bisognosa di un tagliando, lo spaccato del rapporto tra immigrati e Italia ci dice che qualcosa sta cambiando e che se la politica non se ne accorge i problemi si aggraveranno anziché migliorare.

Proprio ieri a Milano è stato presentato il “Rapporto Annuale sull’Economia dell’Immigrazione 2013”, realizzato dalla Fondazione Leone Moressa, edito da “Il Mulino” e patrocinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dal Ministero degli Affari Esteri. A scorrere le cifre contenute nello studio vien fuori che gli immigrati migliori (regolari, con lavoro, reddito, casa e tasse pagate) vanno via dal nostro paese, mentre quelli più difficili da gestire entrano clandestinamente sul nostro territorio.

I lavoratori immigrati regolari oggi sono 2 milioni e 300mila e con il loro reddito dichiarano 43,6 miliardi di euro all’anno, pagando sei miliardi e mezzo di Irpef. Un contributo non irrilevante alla forza lavoro italiana, al reddito complessivo (il 5,4% del totale) e all’erario, che dai lavorati immigrati prende il 4,3% delle tasse sul reddito delle persone fisiche  complessivamente incassato.

La crisi economica, però, sta spingendo i lavoratori stranieri a lasciare l’Italia, sia perché la vita diventa più difficile sia perché i disoccupati italiani si stanno facendo avanti per lavori che fino all’avvento della congiuntura economica negativa snobbavano. Per queste ragioni ben 32.000 stranieri l’anno scorso hanno lasciato il lavoro e sono tornati nel loro paese. Un esercito di lavoratori che versava 86 milioni di euro di tasse, visto che la media del reddito degli immigrati è di 12.880 euro all’anno.

Il Rapporto presentato a Milano spiega che colf e badanti sono in aumento a causa del bisogno di assistenza delle famiglie, mentre vanno via gli operai di vari settori, rimpiazzati dagli italiani. I lavoratori nostrani sono tornati timidamente a fare i venditori ambulanti, gli operai negli allevamenti di animali e gli operai in tutti i settori industriali. In numero più massiccio sono tornato anche a lavorare in miniere e cave, nelle cartiere, nelle saline, custodendo animali e facendo le pulizie in imprese specializzate in questo settore. Se prima era difficile trovare un italiano disposto a fare questi lavori adesso l’impresa non è più così complicata. A lasciare il posto sono stati i tanti stranieri tornati a casa, tra i quali spiccano romeni (7.693 rientri nel 2012), marocchini (1.761), cinesi 1.672), albanesi (1.525), polacchi (1.433), ucraini (1.212) e indiani (1.058).

Da questi numeri vien quindi fuori un doppio messaggio: il primo è che molti stranieri dopo aver imparato un lavoro in Italia hanno scoperto che è meglio cercar fortuna nei loro paesi in crescita economica che restare nella stagnante recessione italiana, il secondo è che gli italiani con la crisi sono diventati meno snob verso lavori dove c’è domanda superiore all’offerta. Per ora sono solo piccoli numeri, ma potrebbe essere un fenomeno capace di cambiare il rapporto tra l’Italia e l’immigrazione.