Il voto su Berlusconi è diventata una gara tra irresponsabili

È difficile stabilire se la sortita del presidente Grasso sulle modalità del voto da seguire sulla decadenza di Berlusconi dal Senato sia da attribuire maggiormente al suo noviziato politico, al suo passato di magistrato oppure al desiderio di ritagliarsi uno spicchio di gloria nel suo partito, il Pd. Fatto sta che è risultata parecchio inopportuna, primo perché non spetta certo a chi svolge un delicato ruolo di garanzia sindacare le coscienze dei singoli parlamentari ed in secondo luogo perché, al di là delle intenzioni, è apparso un tentativo di entrare a gamba tesissima nei lavori della Giunta per il Regolamento del Senato che martedì si pronuncerà sul da farsi. Le decise reazioni di Schifani e Brunetta sono quindi più che fondate.
Le parole di Grasso sono tuttavia utili a capire con quale spirito ed entro quale contesto l’assemblea di Palazzo Madama si appresta a sbrigare la “pratica Berlusconi”. Il più volte e da più parti evocato plotone d’esecuzione ne rende bene l’idea. Il Pd ha totalmente rinunciato a “politicizzare” la vicenda per comprensibile timore della concorrenza grillina, il cui banco di commercio della bestia trionfante dell’antiberlusconismo è sicuramente più avviato. E così si è acconciato a spacciarla in proprio, quantunque irrancidita da vent’anni di duro confronto, ma anche di compromissioni, sublimati prima nella strana maggioranza a sostegno di Monti ed ora nelle attuali larghe intese.
Epifani, Letta e Renzi non fanno mistero di considerare il voto su Berlusconi come la scorciatoia per recuperare la verginità perduta a colpi di inciuci e dalemoni. Sono convinti che un supplemento di riflessione e di responsabilità su una decisione tanto grave costi troppo in termini di consenso. Berlusconi non è più un alleato di governo, partner di una maggioranza che ha rieletto Napolitano al Quirinale, ma un insidioso corpo estraneo da espellere dal Palazzo. È qualcosa che non ha precedenti in nessuna democrazia del mondo. Ma tant’è: il Pd è prigioniero dei tanti geni che ha liberato dalla lampada e che ora sono lì, fucile puntato, a guardia della purezza antropologica di una sinistra incapace di ragionare. Si accomodino e facciano pure. Stacchino con un colpo netto la testa del Grande Nemico e la mostrino alla folla ubriaca di vendetta. Purifichino con un atto irresponsabile ed impolitico la loro coscienza di ex-alleati e poi riprendano a discettare di governo del cambiamento con i comici autori di questo italianissimo teatro del “no”: al Cav, alla Tav, alla Triv, al ponte, al Mose, al Dal Molin, ai rigassificatori, agli inceneritori, alla variante di valico, alle grandi opere. Si accordino su un programma basato sul reddito di cittadinanza e sulla redistribuzione di ricchezze che nessuno avrà prodotto e nel frattempo continuino ad trastullare disoccupati, arrabbiati ed indignati con le loro vendoliane narrazioni. Facciano pure, se ne accorgeranno.
L’illusione di poter espellere per “indegnità morale” gli ultimi vent’anni di storia patria con le sue speranze, i suoi errori e sue incongruenze, si rivelerà un boomerang per chi l’ha irresponsabilmente cullata. La politica si contrasta con la politica. Al Cavaliere condannato per fraudolenza non andavano fatti sconti, ma prima di gettarlo in pasto ai leoni occorreva dimostrare agli italiani, anche a quelli che non l’hanno votato, che ogni certezza era stata al riguardo acquisita. Non averlo fatto, più che un crimine, è un errore.