Il voto palese? «Forzatura politica contro Berlusconi». Stavolta non hanno dubbi perfino i grandi editorialisti

«Italia patria del diritto e del rovescio», diceva Flaiano.  E ieri lo strappo sul voto palese per la decadenza del senatore Berlusconi è l’esempio più clamoroso di una forzatura della prassi e del buon senso, al di là del ginepraio di leggi, codicilli e disquisizioni in punta di diritto. A leggere il verdetto della Giunta del Regolamento come uno schiaffo al Cavaliere che rischia di terremotare gli equilibri politici e la tenuta del governo Letta non è solo la stampa di area centrodestra, interprete della rabbia del Pdl. Se si esclude il Fatto quotidiano, l’unico relegare la notizia all’interno con una livorosa cronaca,  anche la Stampa e Corriere della Sera fotografano la decisione della Giunta, decisivo l’arruolamento di Linda Lanzillotta nell’esercito del voto palese, come una forzatura ai limiti della ritorsione destinata ad allungare una commedia politica che si trascina da troppo tempo. Il quotidiano di via Solferino affida ad Antonio Polito l’editoriale dal titolo emblematico Costumi decaduti: «Non c’è bisogno di essere esperti di regolamenti parlamentari per capire che a qualsiasi altro senatore si fosse trovato nelle condizioni di Berlusconi sarebbe stato concesso il voto segreto». Quella di ieri, insomma, è stata una scelta «poco saggia» e «non giusta». «Perché mai, infatti, cambiare la prassi del Senato se si sta solo applicando la legge? È una ritorsione “contra personam” per punire il “re delle norme ad personam”?», domanda il giornalista. Scelta inopportuna che offre nuova linfa a chi denuncia il vulnus persecutorio, ma anche ingiusta.  «I giuristi dicono che, in punto di diritto, si trattava di un caso al limite. Sarà. Ma perfino quando si tratta delle dimissioni di un senatore la parola finale spetta all’Assemblea che si esprime a voto segreto. Ancor di più dovrebbe valere quando si decide dell’espulsione di un senatore». Il popolo vuole vedere che cosa fanno i loro rappresentanti nel Palazzo, si dirà, ma «accanto alla trasparenza – scrive Polito – dovremmo avere caro anche il valore della libertà del parlamentare, il quale non deve ubbidire a nessuno se non alla propria coscienza, specialmente quando si decide sulle persone. Il voto segreto in questi casi serve infatti a proteggere la sua libertà anche dalla disciplina o dalle imposizioni di partito». Proprio quella libertà che ha permesso alla Lanzillotta di decidere. Che Grillo non lo capisca, passi, ma che non lo capiscano gli “altri”  è più grave. Anche Massimo Franco non ha dubbi sulla «forzatura» del regolamento per il timore di un verdetto «inquinato», per garantire che la parola “fine” fosse quella già decisa: fare fuori l’ex premier senza troppi rischi. Persino Luigi La Spina su la Stampa parla di forzatura intempestiva e non nega la natura politica della scelta, anche se la condivide,  ben venga qualche stortura purché sia utile a «fare chiarezza», a denudare il re perché – udite udite – i «voti segreti dovrebbero essere limitati a casi del tutto particolari, a meno che non si debba vivere in regimi dittatoriali».