Il default di Monti si chiama Empy. Errori e strabismo di un leader immaginario

Abbiamo finalmente capito: del flop elettorale e politico di Mario Monti è responsabile, nientedimeno, che il cagnolino Empy. Sì, proprio lui, quella simpatica bestiola che proditoriamente (a quanto ci è parso di capire) la giornalista Daria Bignardi gli mise tra le braccia nel corso della sua trasmissione televisiva, cogliendolo “di sorpresa” e in “maniera poco corretta”: con quella “mossa”  pregiudicò, forse, la performance del Professore in campagna elettorale.

Che un uomo politicamente disperato qual è, con tutta evidenza, Monti ricordi episodi del genere otto mesi dopo l’accaduto, è la testimonianza della sua fragilità di fronte al duro mestiere di politico che, come avrà capito, non è un continuo applauso al “salvatore della Patria” posto che la Patria non  l’ha salvata affatto e dato per scontato che dopo il suo governo ci siamo ritrovati punto e a capo: recessione alle stelle e soggetti più di prima ai diktat di Bruxelles e di Francoforte. Tutto questo statista, insomma, non l’abbiamo visto. Probabilmente per colpa di Empy…

Ma non lo hanno visto – e ciò è ben più grave – coloro che lo hanno sponsorizzato, sostenuto, difeso, seguito come un Messia; quelli che si sono fatti mettere i piedi in testa da lui accettando passivamente i veti sulle candidature che i suoi “tagliatori di teste” approntavano in vista della compilazione delle liste; quelli che si sono fatti succhiare il sangue e spolpare i partiti ed oggi vengono compensati con ampi attestati di gratitudine, come ha sperimentato Casini, per esempio, vis additato da Monti  tra i responsabili principali della disfatta. Il leader dell’Udc, infatti, con il senno di poi, non avrebbe dovuto far parte della squadra del Professore – almeno così questi sostiene – dal momento che gli elettori “moderati” non avrebbero gradito, così come altri personaggi. Ma chi glielo ha detto a Monti di allearsi con vecchi mestieranti della politica che oggi rinnega probabilmente per ricostruirsi una verginità irrimediabilmente perduta nel momento stesso in cui ha deciso di “salire in politica”?

I suoi tecnocrati non ci sembra che abbiano contribuito a portargli i voti che sperava e le percentuali che ha ottenuto le deve allo svuotamento dei partiti di Fini e Casini i quali, non sappiamo se per ingenuità o per errato calcolo, si erano illusi di poter costituire davvero l’ossatura del nuovo partito montiano. Non è andata così.

E se oggi Casini, Mauro ed altri cattolici di Scelta civica cercano di raddrizzare la barca di un movimento che ha cominciato a sbandare fin dal suo apparire sulla scena politica, cercando di creare le condizioni per un’alleanza organica con il centrodestra, nella speranza di rinnovarlo, irrobustirlo, dargli una prospettiva nuova, ecco che Monti prende cappello, accusa tutti, sbatte la porta e se ne va. Irato come un dio greco.

Guai ai politici che osano attraversare la strada ad un Professore, pare che dica: ne pagheranno le conseguenze. Finora è stato lui il responsabile di tutto. Ha fatto il partito, si è collocato in una posizione senza speranza, ha messo in lista chi ha voluto, non si è occupato del suo movimento lasciando che le varie fazioni litigassero tra di esse e alla fine è sbottato quando ha visto che i suoi senatori lo abbandonavano per intraprendere un’altra strada sperabilmente lineare e credibile. Quella strada che Monti crede che porti a Berlusconi, ma in realtà è molto più lunga e dovrebbe arrivare a congiungersi con quell’elettorato di riferimento che è maggioritario in Italia, ma lui non l’ha capito frastornato com’è dall’ossessione di un Cavaliere in difficoltà certamente, ma ancora dominus della scena politica italiana, quella stessa scena che lui, il Professore, ha abbandonato, non certo per sua volontà, una volta uscito da Palazzo Chigi. Voleva rifare il premier, ma l’elettorato glielo ha negato; voleva essere l’ago della bilancia, ma senza i voti necessari si è reso conto che la sua ambizione era velleitaria; voleva fare il presidente del Senato, ma nessuno l’ha preso in considerazione, salvo Napolitano che si è irritato non poco; voleva tutto quello che era possibile desiderare ed anche l’impossibile…

Alla fine è rimasto senza partito. E ha dovuto prenderne atto perché è stato messo in minoranza. Adesso probabilmente comincerà a capire che cosa significa svolgere un lavoro politico: non gli consiglieremo la lettura di Machiavelli, né di Max Weber, ma un approccio meno distaccato, per non dire spocchioso, con il Palazzo: vi scoprirà dinamiche che se avesse avuto qualche buon consigliere avrebbe appreso per tempo. E invece…

Già, ma in tutto questo frastuono, che cosa ne è stato del cagnolino Empy? Non vorremmo che in un qualche Consiglio europeo la domanda venisse rivolta a Letta ed il premier si facesse trovare impreparato.