Il compromesso sul finanziamento ai partiti è uno schiaffo all’intelligenza

Sul finanziamento pubblico dei partiti, Pd e Pdl hanno raggiunto un compromesso che mortifica l’intelligenza. E, certo, non genera fiducia tra i cittadini, né fa recuperare il gap profondo che ormai separa questi ultimi dalla politica. Diciamolo con franchezza : quel tetto di 200mila euro, fissato per il contributo volontario delle imprese, cozza terribilmente con l’idea di rifondare la politica su basi partecipative, e di evitare che i partiti siano in balia delle lobbies, i cui interessi imprenditoriali possano condizionarne le decisioni e le scelte. In più, dovremo aspettare il 2017 per annullare del tutto  il finanziamento pubblico. Non  ci vuole molto a capire che , in questo modo,  non si affronta il problema nella sua  effettiva essenza. Se finanziamento volontario deve esserci,  e noi siamo fra  coloro che da tempo  lo vanno sostenendo, oltre che risultare trasparente, il sistema non deve generare dubbi. Il primo dubbio è proprio quello che riguarda i soggetti donatori. Una cosa è il caso del singolo cittadino che finanzia un partito , una associazione  o una fondazione, impegnandosi a versare una quota  “ragionevole” per sostenerne le attività. Altra cosa,  quando  il contributo proviene dalle imprese. Sappiamo bene che in alcuni Paesi, come negli Stati Uniti, ciò avviene alla luce del sole, con tanto di dichiarazioni pubbliche e chiarezza nella rendicontazione e nei bilanci. Però il fatto che accada altrove, non ci esime dal  pensarla diversamente. In primo luogo, non è affatto detto che per ridare senso e credibilità alla politica questo sia il sistema migliore. Non sfugge ad alcuno come nel sistema statunitense, imperniato sul presidenzialismo, l’esercizio del  potere  dipenda non poco dalla stretta  interconnessione tra  chi governa e le forze  economico-finanziarie che intervengono a sostenerlo. Non è detto che , in questo caso, l’emulazione,  con una buona dose di sudditanza intellettuale, sia la miglior cosa possibile. In secondo luogo, bisogna intendersi  sul  valore e significato da attribuire alla ormai non più rinviabile rigenerazione della Politica. Nell’ambito della sua indispensabile riqualificazione, il finanziamento assume un valore portante, decisivo. L’impresa che finanzia un partito non  lo fa per  mero  mecenatismo. La sua natura impersonale escluderebbe anche un  motivo, come dire, di semplice affinità amicale. Nella incertezza che sottende la ragione che spinge alla donazione (e qui non si tratta di voler fare il processo alle intenzioni, si badi), è plausibile che siano altri i motivi ad  animarla. Detto  fuori dai  denti, ci possono essere interessi dell’impresa (e , quindi, futuri condizionamenti) che non collimano con gli interessi generali  dei cittadini, né, probabilmente, con le idee della maggior parte di coloro (semplici cittadini) che sono disposti a finanziare il partito verso il quale nutrono fiducia. Insomma, se un imprenditore vuol finanziarie un partito o una fondazione, può farlo personalmente, senza usare la propria azienda e la propria impresa. Quanto al più generale problema del finanziamento pubblico, ossia dell’intervento dello Stato, sarebbe ora di smetterla con la demagogia. Pensare che la democrazia, per il suo funzionamento, non costi nulla, è una autentica utopia. L’adesione ad un tale convincimento, non esclude affatto che si cerchino altre strade per  ottenere i mezzi  necessari al suo sostentamento. E non è detto né scontato che siano mezzi   nobili. Il più delle volte, quelle strade sono state infestate da corruzioni, malversazioni e illeciti di varia natura, non sempre di facile e immediata configurazione. Il finanziamento pubblico, è bene rammentarlo, nacque proprio per apporvi un argine. Fu la sua degenerazione ad alterarne la natura, fino a far saltare la ragione fondante, sulle ali di un referendum quasi plebiscitario con il quale il popolo italiano, inviperito e disgustato dalle troppe malefatte dei partiti e dalla strafottenza profittevole delle nomenclature e degli apparati, si pronunciò per la sua drastica abolizione. Sappiamo come poi sono andate le cose. Con i partiti che hanno fatto rientrare dalla finestra (tramite il sistema dei rimborsi delle campagne elettorali) quel che il popolo aveva espulso dalla porta. Il tema del costo della democrazia, comunque , rimane insoluto. È possibile risolverlo senza isterismi e populismi di sorta? Pensiamo di sì. Basterebbe , appunto, tagliare le ali ad ogni forma di finanziamento “volontario” delle imprese e lasciare ai cittadini la possibilità di contribuire alla vita dei partiti con una quota ragionevole (al massimo duemila euro), da riconoscere in buona parte come credito di imposta. Così, si alimenterebbe una maggior partecipazione  alla politica attiva (di cui si avverte un gran bisogno) e, al contempo, si eviterebbero i rischi  fin qui messi in evidenza. In fondo, lo Stato interverrebbe solo e soltanto dietro un impegno concreto e diretto della persona che intende donare e contribuire. Non è poco, se ci si pensa bene. Nella precedente legislatura, tentammo di far valer questa idea presentando una proposta di legge  il 18 aprile 2012. Non ci fu nulla da fare. Ieri,  il professor Pellegrino  Capaldo, presentando la Fondazione Nuovo Millennio, l’ha riproposta; ed ha  ricordato che in Parlamento sono state depositate 400 mila firme per sostenere l’iniziativa. Speriamo se ne tenga conto.  Se il compromesso tra Pd e Pdl  dovesse rimanere tale, la Politica avrà perso un’altra occasione per rigenerarsi.