Forza Italia “stecca” al debutto. Il voto del Trentino-Alto Adige ha premiato i partiti radicati sul territorio

Era fatale che in mezzo ai ritocchi alla manovra, alle polemiche sulla decadenza di Berlusconi, alla liti tra le comari del Pd, il voto amministrativo del Trentino-Alto Adige passasse quasi inosservato o restasse privo di quelle dotte analisi che in Italia solitamente abbondano persino quando a rinnovarsi è un condominio e non il Parlamento. Peccato, perché quel voto contiene alcune indicazioni ben meritevoli di attenzione, pur convenendo che le due province autonome presentano peculiarità talmente spiccate da non poter in alcun modo assurgere a laboratorio politico anticipatore di tendenze.

Com’era scontato, nella provincia di Bolzano ha vinto la Svp, sebbene non abbia riscosso la maggioranza assoluta per la concorrenza dei separatisti di Eva Klotz e dell’estrema destra di lingua tedesca, mentre in quella di Trento si è affermato il centrosinistra. Anche qui come da copione. Sopra e sotto l’Adige, dunque, i partiti storicamente egemoni hanno ben resistito all’assenza di glorie locali del calibro di Durnwalder o Dellai. Cinquestelle e soprattutto Forza Italia si sono invece squagliati come neve al sole.
I due movimenti sono ridotti al lumicino – tra il 2 ed il 3 per cento – a conferma dell’incapacità delle organizzazioni carismatiche di reggere il peso del territorio e della competizione locale quando non c’è l’impegno diretto dei leader nazionali a gonfiare le vele del consenso. È fin troppo evidente che un risultato così severo rappresenta innanzitutto una clamorosa bocciatura della classe dirigente altoatesina, soprattutto quella di Forza Italia, attesa al suo pur camuffato debutto. I grillini sono ancora troppo acerbi perché il loro deficit di appeal territoriale possa consentire di sputare sentenze definitive. Non così gli immemori berlusconiani, già scottati agli albori della loro avventura dell’abissale differenza che passa tra l’elezione di un sindaco e quella di un premier. Non fosse stato per la feconda contaminazione con An, Udc e Lega gran parte della dirigenza di Forza Italia difficilmente avrebbe avvertito la necessità di organizzare il consenso innervandolo nel territorio. Con risultati eccellenti se si pensa che ad eccezione di Napoli, Torino e Firenze non v’è stata grande città che non sia stata amministrata dal centrodestra. Ora, finalmente libera dal condizionamento dei suoi ex-alleati altezzosamente bollati come “professionisti della politica”, Forza Italia torna all’antico e fa riaffiorare il vecchio vizio di sottovalutare il territorio, come plastica conferma il voto di domenica scorsa.

Vent’anni fa, la sinistra trovò nel cosiddetto “partito dei sindaci” un formidabile motore politico, dotato di autonomia progettuale, e per di più pronto a trasformarsi nel polmone supplementare con cui sopravvivere all’apnea dei tempi magri. Al contrario, solo di rado il centrodestra ha esaltato le performaces dei suoi amministratori e non certo per mancanza di materia prima. Ma il tema del rapporto con il territorio è destinato a riemergere.

In tempi non offuscati dal dramma della decadenza di Berlusconi, il risultato del voto altoatesino avrebbe sicuramente finito per aggiungere altra benzina sul fuoco delle polemiche interne offrendo qualche affilato argomento a quanti stentano a riconoscersi in un’organizzazione basata totalmente sulla trazione carismatica del leader. Ma quelli attuali non consentono di spaccare il capello in quattro. Ben altre questioni incombono: il voto altoatesino può attendere. E così anche la speranza di ritrovare presto un centrodestra in grado di eleggere sindaci e non solo di nominare parlamentari.