Finisce drammaticamente una lunga avventura politica. Un altro centrodestra è possibile?

Oggi è il giorno più drammatico della storia del centrodestra. Si consuma una rottura nel Pdl le cui conseguenze politiche ed elettorali al momento nessuno è in grado di valutare. Berlusconi esce oggettivamente sconfitto dal braccio di ferro con la cosiddetta ala governativa del partito e, bisogna dargliene atto, non ha fatto nulla per nasconderlo quando s’è visto respingere da Letta le dimissioni dei suoi ministri. A quel punto è stato chiaro, a prescindere dalla “conta” al Senato, che lui, il leader, il capo indiscusso e carismatico, il padre-padrone del partito, nulla avrebbe potuto più fare per tenere insieme un Pdl avviato al tramonto.

A dire la verità era evidente fin da domenica scorsa che le cose si sarebbero messe male. La delegazione ministeriale e le cosiddette “colombe” avevano inghiottito malvolentieri il boccone che Berlusconi aveva cucinato per loro: neppure all’ultimo degli inservienti s’impartisce, senza spiegazioni, un ordine come quello arrivato da Arcore, cioè lasciare il governo. E, immaginando che bastava ancora una sua sola parola per ottenere ciò che voleva, lunedì Berlusconi ha convocato i gruppi parlamentari impedendo a deputati e senatori di prendere la parola: bastava la sua. A Cicchitto, uomo fedele e integro, politicamente accorto e lucido, ha riservato l’affronto peggiore: negargli di esprimere il suo pensiero, liquidandolo come un ragazzo di bottega e pregandolo, suscitando l’ilarità di molti, di andare a cena da lui se proprio voleva parlargli. Soltanto un mese fa, Berlusconi trovava spunti interessanti in un libro di Cicchitto per polemizzare con la magistratura: allora il presidente della Commissione Esteri della Camera era sugli scudi.

Se si possono comprendere le bordate lanciate da Berlusconi contro chiunque in un momento così drammatico, ma è difficile restare impassibili di fronte allo sfaldamento del partito voluto da chi lo ha consigliato male, inducendolo a provocare una scissione che segnerà la sua uscita dalla politica attiva. D’accordo che è problematico – come avevamo ripetutamente scritto –  governare con un partito che vuole l’ espulsione dal Parlamento del leader del partito alleato senza esperire almeno un tentativo con la Corte costituzionale per verificare la legittimità della legge Severino. Ma questo Berlusconi avrebbe dovuto farlo risaltare un minuto dopo le dichiarazioni di Epifani, a seguito della lettura della sentenza, il primo di agosto. Allora c’erano le ragioni per far saltare il governo e mettere Letta e Napolitano nella condizione di agire sul Pd e il suo segretario. Ma dopo due mesi, che senso avrebbe far cadere un governo gettando a mare proprio ciò che al Pdl sta più a cuore e che Letta si è impegnato a portare a compimento?

Lo strappo, comunque, non si consuma soltanto su questo. Era nell’aria da tempo. Nel partito berlusconiano convivevano almeno due linee di pensiero riguardo alle larghe intese, ma molto più in generale sulla politica e sul ruolo di un movimento che stava prendendo sempre più una piega radicale al punto di volersi smarcare dai cosiddetti “tiepidi” e rispolverare la bandiera di Forza Italia.

Convivevano male le varie anime. Così come – va detto senza amor di polemica – nel passato hanno convissuto male altre anime all’ombra di un berlusconismo dal quale, negli ultimi dieci anni, in tanti sono stati indotti ad allontanarsi. Non mancherà il tempo ed il  modo per approfondire l’analisi su questo cruciale aspetto. Oggi contempliamo la fine di una lunga avventura politica che ha segnato la vita italiana negli ultimi vent’anni.

Fiducia o non fiducia, un mondo s’è come oscurato. E di quel che verrà dopo nessuno ha la più pallida idea. A cominciare da una che preme a tanti cittadini: un altro centrodestra è possibile?