Ernst Jünger, la vita lunga un secolo di un ribelle metafisico

Una vita lunga un secolo quella di Ernst Jünger, morto il 17 febbraio del 1998 poco prima di compiere 103 anni. Una vita interessante per un biografo attento come Heimo Schwilk (autore, anche, di una biografia di Hermann Hesse) perché Jünger è stato uomo d’azione e di lettere, scrittore e filosofo, “prussiano” e anarchico, tedesco e ribelle, e in fin dei conti testimone della complessità del Novecento. Un personaggio su cui fare una scommessa: i tempi neomistici che seguiranno all’attuale periodo di crisi dovranno per forza riscoprire Ernst Jünger. Ecco come Schwilk profetizza questo ritorno d’interesse: “La certezza jüngeriana della salvezza, la sua mistica dell’illuminazione profana indotta dalla flora e dalla fauna, la stereoscopia come fulminante compresenza di immanenza e trascendenza… tutto ciò non può non incontrare, prima o poi, l’interesse di una gioventù pronta a dedicare la propria attenzione ad un autore che ha sempre cercato di cogliere il meraviglioso, nel corso delle sue ‘escursioni nel bosco’ e dei suoi viaggi nel mondo”.

Le settecento pagine di Ernst Jünger, una vita lunga un secolo (Effatà editrice), si strutturano come una biografia classica, che segue un ordine cronologico e non tematico, e utilizza direttamente gli scritti jüngeriani (in particolare lettere e diari) per seguire il cammino del suo autore dai “ludi africani” fino al centesimo compleanno, in cui riceve tra i tanti anche gli auguri di François Mitterrand: “Jünger è un antico romano, orgoglioso e retto, imperturbabile”. A Wilflingen il vegliardo, passeggiando nei boschi, riflette sempre sugli stessi temi: Nietzsche, il titanismo, Spengler, la decadenza, il nichilismo e la metafisica, il futuro di distruzione del mondo, e ancora la spiritualità (il 26 settembre del 1996 si converte al cattolicesimo) e lo stupore per le aporìe dell’esistenza. Tutti temi che Jünger incontra già nell’infanzia, impegnato nelle escursioni con i Vandervogel o nei giochi attorno alla palude con il fratello Friedrich Georg o nella lettura notturna dell’Orlando Furioso ( a scuola era un allievo svogliato e distratto). È la tensione verso l’Oltre, in definitiva, che attira il suo spirito e lo rende così acuto, nello scandagliare la vita (passione che va di pari passo con quella per l’entomologia),  e che trasforma il suo sguardo in quello di un “illuminato”. E la sua vita è un “passaggio al bosco” da cui si esce rinfrancati, con le capacità visive aumentate dall’intensità dello sguardo interiore. “Chi va a trovare il vegliardo legge nei suoi occhi, disturbati da un velo acquoso, il cosiddetto corpo vitreo, che ne intensifica il tipico sguardo assente, che guarda ‘dentro’, cioè vede se stesso come in uno specchio. I movimenti del corpo, dei singoli arti, sono sotto controllo: Jünger stringe con forza la mano al visitatore. Si muove svelto, snello e magro com’è, a volte invece il suo passo è un po’ esitante, più cauto, e Liseolotte Jünger, che anche lei ha i suoi ottantuno anni, lo aiuta e lo sostiene oltre la soglia e per le scale”.