Dalla Norvegia per combattere il “tiranno” Assad: «Vogliamo tornare, ma siamo prigioniere…»

Il caso delle ragazze norvegesi (ma di origine somala) andate in Siria per combattere contro il legittimo governo locale, dovrebbe una volta per tutte mettere in chiaro alcune cose. Innanzitutto che quando il presidente Bashar al Assad diceva che c’era un complotto occidentale teso a rovesciarlo, diceva la verità: ormai è comprovato che, anche dall’Europa oltre che dal Maghreb, sono partite centinaia di persone musulmane per arruolarsi nelle file dei “ribelli” siriani, che siriani non sono. Assad dice che sono mercenari, ma forse non tutti sono pagati, come probabilmente è il caso delle due ragazze norvegesi (16 e 19 anni!). È provato anche che la Turchia (come dicava Assad) ha stabilito sul confine con la Siria alcuni ospedali dove si curano i “ribelli” feriti, oltre a consentire che dal proprio territorio passino armi e mercenari diretti in Siria. Dalla Tunisia, poi, sono partite migliaia di combattenti anti-Assad, e probabilmente anche dai Paesi vicini, e questi non certo gratis. L’esercito regolare siriano ha fatto sapere di aver trovato molti cittadini tunisini uccisi nei combattimenti. Quello che è veramente sorprendente, è che tutte le nazioni, escluso Iran e Russia, non appena scoppiata la guerra civile, abbiano preso completamente le difese dei ribelli, che nel corso dei mesi si sono rivelati brutali terroristi. Vladimir Putin, alla televisione russa, ha ammonito l’Occidente, sostenendo che non si può trattare con persone che decapitano e sgozzano: «Dopo aver finito in Siria, queste persone verranno da voi», ha detto. E lui ne sa qualcosa, perché in Cecenia (come del resto in Bosnia), fu usato esattamente il medesimo schema. I soldati russi chiamavano i ribelli ceceni semplicemente “gli arabi”, perché erano mercenari provenienti dall’estero. E anche nei Balcani, non è un segreto per nessuno anche se la stampa occidentale non l’ha pubblicato, agivano e operavano le temibili brigate afghano-sudanesi.

Tornando alla storia delle ragazze norvegesi, sono pentite di quello che hanno fatto e vogliono tornare a casa, ma i ribelli al cui fianco volevano combattere Assad le trattengono contro la loro volontà: è questo l’ultimo episodio della storia cominciata in Norvegia. Il padre delle due adolescenti di origine somala, che erano fuggite dalla Norvegia il 20 ottobre scorso per unirsi ai ribelli che combattono il leader siriano, ha rivelato alla tv pubblica norvegese Nrk di essere stato contattato martedì su Facebook dalle due ragazze. In uno sviluppo che potrebbe diventare drammatico, gli hanno fatto sapere di «essere trattenute contro la loro volontà, di essersi pentite di quello che hanno combinato e di voler tornare a casa in Norvegia». In questi dieci giorni l’uomo era partito alla volta della Turchia per potersi avvicinare il più possibile alle figlie, ed è qui, nella città turca di Antakya alla frontiera con la Siria, che è stato raggiunto dalla tv norvegese. Il ministero degli Esteri di Oslo ha reso noto di non avere alcuna informazione su un possibile rapimento delle due ragazze, giudicando tuttavia molto seria la situazione, se tali circostanze dovessero essere confermate. Il caso delle giovani somale è comparso con molto rilievo sulla stampa norvegese, Paese che recentemente è stato più volte alla ribalta perché suoi cittadini sono stati coinvolti in episodi di estremismo islamico. Una conferma della tendenza sviluppatasi negli ultimi tempi in Norvegia (e in altri Paesi europei), dove persone originarie di Paesi africani o del Medio Oriente sono partite per zone ove sono in corso conflitti per portare il loro contributo di militanza. E una conferma dei sospetti che si sta mobilitando una sorta di filiera integralista. I servizi segreti di Oslo hanno già segnalato che tra le 30 e le 40 persone di cittadinanza norvegese sono partite per la Siria per partecipare ai combattimenti, mentre è ormai certo che tra gli assalitori del centro commerciale di Nairobi il 21 settembre (63 morti e oltre 20 dispersi) vi fosse anche un norvegese di origine somala, Hassan Abdi Dhuhulow, di 23 anni, giunto ad Oslo nel 1999. Oltre a coloro che partono per la Siria, i servizi segreti norvegesi hanno infine stimato in decine le persone che hanno lasciato il Paese per unirsi agli Shabaab, che agiscono in Africa per estendere l’influenza di al Qaida nel continente.