Da Monti una piccola vendetta piena di rancore e una scelta contra pensonam

Come spesso accade in politica il colpo di scena è arrivato da un versante insospettabile. Le liti nate dalla scissione dell’atomo di Scelta Civica hanno infatti spinto l’ex premier Mario Monti, attraverso Linda Lanzillotta, a far saltare i già deboli equilibri esistenti tra Pd e Pdl, che da oggi in poi avranno difficoltà reciproche a stare assieme al governo.

Il professore bocconiano non aveva digerito il lavorio dell’alleato Pierferdinando Casini e del suo ministro Mario Mauro per costruire con Angelino Alfano un partito centrista sotto l’egida del Partito popolare europeo. E quando il ministro della Difesa si è incontrato a pranzo con Alfano e Silvio Berlusconi per parlare di questo argomento Monti ha reagito in modo rancoroso dimettendosi dal suo partito. Ha atteso qualche giorno dicendo che il governo non va sostenuto a prescindere dai provvedimenti che adotta, mentre Casini e Mauro continuavano ad obiettargli che va sostenuto senza se e senza ma. Vistosi sconfitto e senza nessun potere contrattuale con Enrico Letta, il Pdl e il Pd l’ex presidente del Consiglio ha restituito lo schiaffo ricevuto ed avendo a disposizione in Giunta per il regolamento del Senato un voto determinante l’ha usato per far litigare i due partiti principali della maggioranza, per innovare il regolamento con una interpretazione che a prescindere dalla giustezza ha comunque il sapore di una decisione contra personam.

Adesso che il Senato sarà chiamato a destituire Berlusconi con il voto palese, quindi senza alcuna possibilità di salvezza, lo scenario cambia in peggio, così come voleva Monti. Berlusconi dirà che il Pd insieme con Grillo e Scelta Civica si sono trasformati in un tribunale politico e metterà spalle al muro le sue colombe, rendendogli molto più difficile il sostegno a Letta dopo che i compagni di maggioranza hanno assestato questo violento colpo al Cavaliere.

Così, con rancore e sagacia, Monti ha rotto le uova nel paniere a chi lo aveva isolato in casa sua, decretando forse la fine della legislatura. Adesso Alfano e compagni potrebbero vedersi costretti a rientrare nei ranghi di Palazzo Grazioli, facendo sfumare il progetto neo centrista di Casini e Mauro che aveva irritato Monti.

Alla fine potrebbe essere la scissione di un atomo politico a fare da detonatore, aprendo una crisi che bloccherebbe ogni riforma della legge elettorale e metterebbe il presidente della Repubblica in grande difficoltà in un momento in cui la situazione economica richiederebbe soprattutto stabilità politica.

La decisione di Monti è anche un atto, forse tra gli ultimi, di una parabola tipica della politica, dove si passa dallo scantinato all’attico e viceversa in tempi brevissimi. Appena nove mesi fa Monti era presidente del Consiglio ed aveva ampie possibile di essere confermato nel caso in cui i senatori della sua coalizione fossero stati determinando per fare maggioranza con Pd candidato a stravincere. Poi dopo le elezioni poteva fare il presidente della Repubblica, poi il presidente del Senato, poi il presidente della Commissione europea. Poteva far tutto, ma in nove mesi si è visto sfumare tutto. E così ha reagito con rancore, utilizzando una delle poche persone che gli sono rimaste vicine, caricando la pistola con l’unico colpo a disposizione e sparando al cuore del governo, della maggioranza e dei compagni di viaggio che l’hanno tradito.