Ci si può suicidare per l’Europa? Il cappio di Maastricht strangola i popoli, i governi fingono di non vedere

Ci si può suicidare per l’Europa? Il governo dovrebbe chiederselo mentre sta approntando la legge di stabilità che dovrà poi passare al vaglio dell’Unione, con tanti saluti alla sovranità nazionale. Gli italiani, concordemente per una volta, rispondono di no. Non ci si può suicidare per l’Europa, né per altre astruserie politico-economiche che stanno gettando sul lastrico le genti del Vecchio Continente. Eppure è di questo che si tratta e non si fa nulla, a parte litigare e cercare di varare misure-tampone, nel governo dove tra Pdl e Pd non si sa più bene chi fa la parte dell’uno  e chi dell’altra.

Fatto sta che nel 2013 l’Italia ha toccato il ragguardevole risultato, secondo il Fondo Monetario Internazionale, del più alto calo del Pil tra i Paesi maggiormente sviluppati. Il potere d’acquisto delle famiglie è regredito agli standard di vent’anni fa. I consumi si sono contratti come non mai dalla metà degli anni Settanta. La pressione fiscale è arrivata al 48%, ufficialmente, ma è molto di più se si considerano le imposte indirette. La disoccupazione è al 12%. I giovani che non hanno un lavoro sono il 40%: la più alta in Europa e nel mondo occidentale.

Di fronte a questo disastro, che comprende incapacità produttiva, volatilizzazione dei marchi nazionali, decozione di aziende strategiche, delocalizzazione selvaggia, ed altre cosucce del genere, il governo è preoccupato di non sforare il tetto del 3% tra deficit e Pil, parametro “impossibile” per definizione viste le condizioni economiche generali, imposto dal Trattato di Maastricht che molto più dell’euro ha spinto nel baratro le economie dell’Unione europea. A questo 3%, oltre che all’indimenticabile “pareggio di bilancio” (altra follia inemendabile),  sacrifichiamo le nostre vite lavorative, i nostri risparmi, le nostre (poche) speranze di ripresa e l’offriamo sull’altare degli euroburocrati e della finanza comunitaria di Francoforte per niente convinti che serva a qualcosa. All’impoverimento sì, certo che serve. A mandare a carte quarantotto le piccole e medie aziende, pure. A renderci sempre più inquieti, di sicuro.

C’è qualcuno in Italia (ma anche altrove) che si chieda veramente mentre si raschia il fondo del barile facendo la lista dei beni dello Stato da alienare, proprio come fa una famiglia presa per la gola quando mette insieme i pochi gioiellini di casa da portare al Monte dei pegni, se questa Europa non abbia altro senso se non quello di ridurci nello stato pietoso in cui ci troviamo e sempre più ci troveremo.

Poi ci si meraviglia se Marine Le Pen in Francia ed altri partiti “sovranisti” un po’ ovunque vengono visti dagli elettori come gli unici strumenti di reazione alla tirannia che le istituzioni comunitarie esercitano sul Continente. La Grecia, la Spagna, il Portogallo vengono tenute in vita artificialmente. L’Italia è sulla stessa strada. Ma anche la Francia, dove dilaga la protesta per l’alta imposizione fiscale, la disoccupazione, l’impoverimento del ceto medio, l’innalzamento del debito pubblico che sta per sfondare la soglia dei 2 milioni di miliardi euro (da noi già superata), non è al riparo dalle conseguenze economiche delle politiche monetarie di Bruxelles e di Francoforte.

Il suicidio dei popoli è il tema del nostro tempo. O lo si affronta, rivedendo l’Unione così come è andata scelleratamente formandosi, o il destino ci riserverà sorprese che nessun governo riuscirà a controllare. Un tempo ci si chiedeva se valeva la pena morire per Danzica. E rispondevamo di sì, convintamente: la difesa della libertà ammette sacrifici estremi. Ma suicidarsi per banche e mercati, morire per Maastricht, insomma, vale davvero la pena?