C’è sempre un “ventennio” nelle ossessioni della sinistra: oggi è lo specchio dei loro fallimenti

C’è sempre un ventennio negli incubi, nelle paure, nelle ansie della sinistra. Il ventennio di cui Letta e altri esponenti del centrosinistra  ritengono di essersi liberati è quello che parte dalla fatidica discesa in campo di Berlusconi e arriva ai nostri giorni. Non è un ventennio pieno, ma poco ci manca e non è il caso di stare a sottilizzare sui mesi. Poi c’è  l’altro ventennio, anzi il Ventennio, con la “v” rigorosamente maiuscola, che non  sarebbe però il caso di scomodare, se non altro per una abissale differenza di spessore storico, tragico e umano. Ma è comunque un fatto che, storicamente, il periodo “buio” da cui la sinistra dichiara di volersi affiancare tende a essere indicato con la denominazione di “ventennio”. E un motivo ci sarà pure. Proviamo a immaginare quale possa essere. Cominciamo dal fatto che vent’anni corrispondono grosso modo a una generazione: una leva si ritira progressivamente dalla scena e un’altra fa il suo ingresso in campo. Nel caso della sinistra odierna, terremotata, un anno fa, dalla rottamazione di Renzi, la parola “ventennio” tende bene a rappresentare  la fase che la nuova generazione di dirigenti piddini (i Letta, i Renzi, i Giovani Turchi, i Civati, le Serracchiani, le Moretti e gli affini) intende superare, stabilendo una cesura netta  con la precedente generazione (i D’Alema, i Veltroni, i Prodi, i Bersani, le Bindi, le Finocchiaro e gli affini). Se è così, ed è probabile che sia così, allora vuol dire che l’opposizione a Berlusconi c’entra sì, ma  fino a un certo punto. C’entra perché la figura del Cavaliere è da vent’anni, appunto, la raffigurazione del “nemico” assoluto. Non c’entra perché,in definitiva, l’attuale evocazione del “ventennio” non è che il paravento di  un conflitto  tutto interno al Pd, che la fiducia al governo Letta ha solo rimandato ma non risolto. Resta da vedere se i “giovani leoni” ce la faranno col “giaguaro”. Ma desta in ogni caso non poche perplessità il fatto che una disputa politico-ideologica si riduca a un conflitto generazionale. È un chiaro sintomo di povertà di idee, di cultura e di programmi.  Al “ventennio” si è pure richiamato il segretario della Fiom, Maurizio Landini,  che ha detto più o meno quello che diceva Luciano Lama quarant’anni fa: «Uscire da un ventennio significa applicarla (la Costituzione n.d.r.), non cambiarla». Ma qui siamo fuori dalla  storia, siamo nel Giurassico, nella preistoria. Altro che ventennio!