Carlo Lizzani giù dal terzo piano del suo palazzo: suicida come Monicelli?

«Non ho mai messo la mia vita al servizio del cinema ma sono stato io a servirmene». Carlo Lizzani si presentava così, parlando del suo lavoro di regista e il suo ruolo che lo ha fatto entrare nel Pantheon dei cineasti italiani. A 91 anni ha scelto di andarsene lanciandosi nel vuoto dal terzo piano del suo palazzo, in via dei Gracchi, a Roma. Una morte che, per dinamiche e per l’età del suo protagonista, richiama alla mente quella dell’amico e collega Mario Monicelli. Il regista dei Soliti ignoti nell’inverno 2010, a 95 anni, scelse di buttarsi da un balcone dell’ospedale San Giovanni, dove era ricoverato.  Un gesto che all’epoca era stato commentato così proprio da Lizzani: «Nasce anche dal fatto che Monicelli era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane». Lizzani dopo aver contribuito all’affermazione del Neorealismo, soprattutto in veste di critico e sceneggiatore, si è imposto come autore di un cinema politicamente impegnato, affrontando momenti scottanti della storia italiana, dal fascismo alla cronaca più recente. Tra i suoi film più noti: Cronache di poveri amanti (1954), Il processo di Verona (1963), Banditi a Milano (1968), Fontamara (1980), Hotel Meina (2007). Nel 2007 ha ricevuto il David di Donatello alla carriera. Lizzani, a settembre aveva rinunciato a partecipare al festival di Venezia, motivandolo con una caduta. In quell’occasione inviò una lettera ai partecipanti del Lido «per ricordare a tutti, soprattutto a noi stessi, che quelle qualità esistono ancora e che possiamo valorizzarle, se ci impegniamo a riportare il cinema italiano al livello che gli compete per storia e capacità». Lizzani, che pure era stato esponente della sinistra militante che ha egemonizzato il cinema italiano, negli ultimi anni aveva riletto il fascismo con la serenità della vecchiaia. Fecero discutere alcune sue prese interviste “revisioniste”. Sotto il fascismo, aveva ricordato Lizzani, «la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione».