Caos calmo nel Pdl, ma presto Alfano sarà tra due fuochi

La speranza del premier Enrico Letta di poter governare col sostegno di una maggioranza politica (quella con le “colombe”) distinta da una maggioranza numerica (comprensiva dei “falchi”) è durata solo lo spazio di un mattino. Giusto il tempo del titolo sui quotidiani del giorno dopo. Com’era infatti prevedibile, il voto sulla decadenza di Berlusconi dal Senato ha riacceso lo scontro interno al Pdl ed ha finito per rimettere in pista il duo Verdini-Santanché, uscito terribilmente ammaccato dalla piroetta del Cavaliere sulla fiducia al governo. Come se non bastasse, il combinato disposto delle interviste di Epifani e dello stesso Letta hanno “costretto” Alfano a difendere la sovranità del suo partito dalle ingerenze di chi – come appunto il reggente del Pd ed il premier – si era maldestramente impicciato della leadership e delle questioni interne al Pdl. Che per tutta risposta ha magicamente ritrovato un barlume d’unità nel nome di Berlusconi. Non ci fosse stata la richiesta di Fitto di azzerare le cariche e celebrare il congresso – cui si sono prontamente aggrappati i “falchi” – la giornata sarebbe trascorsa nel consueto ping-pong tra i due maggiori partner della coalizione di governo. Proprio quel che Letta voleva buttarsi alle spalle.
Comunque vada, tutto lascia immaginare che i circa venti giorni che ci separano dal verdetto definitivo dell’assemblea di Palazzo Madama sulla decadenza di Berlusconi non si limiteranno a registrare le polemiche sulle modalità di voto – segreto o palese – ma investiranno nuovamente il governo e restituiranno slancio e fiato a quanti hanno chiesto di determinarne la caduta in segno di inevitabile ritorsione verso un Pd che non ha saputo o voluto discostarsi dal manettarismo grillino su una vicenda politica di prima grandezza quale l’espulsione dalle istituzioni del protagonista assoluto dell’ultimo ventennio di storia repubblicana.
Il voto sulla decadenza di Berlusconi non è il voto di fiducia su Letta. Se su quest’ultimo il Pdl ha inscenato un’autentica pantomima, sul primo non sono previste divagazioni né durante né, soprattutto, dopo e per quanti sforzi si possano fare, è poco realistico immaginare un disciplinato rientro nei ranghi della maggioranza di ministri e parlamentari del Pdl – inclusi i “diversamente berlusconiani” – se il loro leader sarà umiliato con il determinante contributo del partito del premier.
È perciò prevedibile che Alfano si troverà tra due fuochi: quello animato da Letta, che chiederà al “suo” vice di portare a compimento il lavoro di affrancamento del Pdl dalle vicende giudiziarie del Cavaliere; e quello “amico”, che invece lo attenderà al varco con l’intento di testarne il grado di lealtà verso il leader ed in ogni caso determinato a denunciarne l’eventuale inconsistenza presso un elettorato sempre più disorientato. È prevedibile che Alfano mediti una terza via che gli consenta di salvare capra e cavoli, ma è difficile al momento individuarne i contorni. Si può invece scommettere che, messo alle strette, deciderà di tenersi il partito e mollare il governo. E stavolta non sarà per una questione di quid. Anzi.