Meno uno al possibile default Usa: senza l’accordo si rischia una nuova crisi mondiale

«Dal Senato ci sono segnali incoraggianti. Ma al momento siamo lontani da un accordo». Il portavoce della Casa Bianca, scuro in volto, fotografa con poche parole lo stallo in cui si trovano i palazzi della politica americana, quando ormai mancano veramente poche ore al default della prima economia al mondo. Tutto il Paese, incollato alla tv, attende da Washington una schiarita che sembrava farsi strada lunedì al Senato, ma che oggi è stata oscurata dalla condotta della Camera, dove il Tea Party ha fatto pesare la sua forza. Così aumenta l’ansia man mano che si avvicina la mezzanotte tra mercoledì e giovedì, quando l’America, in assenza di una accordo in extremis al Congresso, per la prima volta nella storia dichiarerà al mondo che per colpa delle sue divisioni interne non è più in grado di pagare il suo debito. Un evento che secondo tutti gli analisti potrebbe portare a una recessione mondiale, paragonabile a quella scoppiata nel 2007, dopo il fallimento della Lehmans Brothers. Sin dalla mattinata, gli occhi di tutti erano puntati sullo Speaker repubblicano John Boehner: era chiaro che non avrebbe potuto accettare senza modifiche l’accordo bipartisan a cui la Camera Alta aveva lavorato sino alla notte prima. Sempre ieri sera, un senatore texano, Ted Cruz, il nuovo beniamino dei Tea Party, aveva riunito in gran segreto una ventina di deputati “estremisti” per organizzare la sua strategia in questo complicato braccio di ferro con il loro acerrimo nemico, Barack Obama. Il loro obiettivo, ormai da anni, è sempre lo stesso: bloccare la riforma sanitaria, la controversa Obamacare, in vigore da due settimane. E oggi, sulla spinta di quella riunione, Boehner, assecondando gli umori più profondi della destra ultra-conservatrice, ha presentato alla riunione del gruppo un nuovo testo. Una mossa che ha reso evidente la spaccatura verticale interna al Grand Old Party, tra il gruppo più moderato del Senato e quello più ultrà della Camera. Il nuovo testo, da un lato confermava le scadenze della bozza del Senato, 15 gennaio per lo shutdown e 7 febbraio per il debito. Dall’altro, però, proponeva modifiche molto pesanti sul fronte della sanità, come il rinvio delle tasse sulla riforma e l’esclusione dall’assistenza per il presidente, il vicepresidente, i senatori, i deputati e i ministri. Una misura “anti-casta”, certamente poco rilevante dal punto di vista economico, ma dal fortissimo significato simbolico. Passati pochi minuti è arrivata però una nota durissima della Casa Bianca, che ha bocciato nettamente questa sorta di blitz, di spallata, descrivendo i deputati repubblicani ostaggio di un piccolo gruppo di estremisti del Tea Party. Se si vuole l’accordo, ha insistito lo staff di Obama, è necessario che la Camera segua il negoziato portato avanti dal Senato. Poco dopo lo stesso John Boehner si è presentato in tv per dire che nulla è stato ancora deciso e che continuerà a lavorare per un’intesa. Più tardi si è venuto a sapere che tanta prudenza era il frutto della presa d’atto che quella proposta “dura” non avrebbe avuto i voti per passare, malgrado alla Camera i repubblicani abbiano una maggioranza di 231 a 200. Insomma, quello di Boehner era un bluff che è durato poco. In questo clima, segnato dal caos e dalla frustrazione, continuano i colloqui per cercare una soluzione last minute. Ma il tempo stringe e serve agire, in fretta. Perché prima che arrivi la scadenza sul debito, molti negli Stati Uniti temono l’umiliazione di un declassamento imminente. «Ci stiamo mettendo sull’orlo della distruzione finanziaria – ha avvertito senza usare giri di parole il leader dei democratici in Senato Harry Reid – e le agenzie potrebbero tagliare il rating americano già stasera»…