Alitalia, il rischio chiusura è scongiurato. Ma è polemica sull’aiuto di Stato

Gli aerei Alitalia continueranno a volare, ma, a decollare, è anche la polemica sull’aiuto di Stato a un’azienda privata.  L’operazione Poste Italiane nella disastrata compagnia di bandiera piace a pochi, anzi quasi a nessuno. Il ministro delle infrastrutture, Maurizio Lupi, si è affrettato a precisare che per Alitalia, Poste Italiane non è «un aiuto da parte del pubblico ma l’individuazione di un’azienda sana come partner industriale in un settore che è sempre di più complementare». Ma chi contesta l’operazione denuncia che sarà ancora una volta il contribuente a dover sostenere i costi del nuovo salvataggio dell’azienda, essendo le Poste controllate al cento per cento dal Tesoro e quindi dallo Stato.  «Il coinvolgimento delle Poste mi sconcerta, non capisco che cosa c’entrino. Mi sembra una soluzione temporanea solo perché le Poste hanno i soldi», ha affermato il leader della Lega e governatore della Lombardia Roberto Maroni. Per Benedetto Della Vedova, senatore e portavoce politico di Scelta Civica, «a vicenda Alitalia è la cronaca di un fallimento annunciato, innescato da un demagogico e astratto patriottismo economico» e oggi  «il coinvolgimento di Poste appare una ulteriore soluzione pasticciata». Quindi chiede che «e il governo decide di farsi ulteriormente carico di Alitalia, deve spiegare perché intenda farlo, cioè per quale interesse dei contribuenti». Dura la reazione dell’Osservatorio nazionale sulle liberalizzazioni dei trasporti (Onlit). «È sbagliato che sia ancora la mano pubblica a soccorrere, questa volta con 75 milioni di risparmio postale, una compagnia che ha trasportato nel 2012 24,3 milioni di passeggeri su un totale di 146,8 milioni transitati in Italia», ha detto il presidente Dario Balotta, spiegando che «le numerose ricapitalizzazioni e la privatizzazione con il decreto salva-Alitalia, l’aiuto alla compagnia con 7 anni di cassa integrazione per 6.000 addetti, con un trattamento economico quadruplo rispetto agli altri lavoratori in Cig, è stato iniquo e di proporzioni economiche gigantesche, anticoncorrenziale e fallimentare». E dubbi sull’intervento statale vengono espresse anche dal leader degli industriali Giorgio Squinzi. «Sono sempre molto perplesso di fronte agli interventi della mano pubblica in una società privata. Certo, se è un cerotto per tamponare una situazione di emergenza, passi; però bisognerà una volta per tutte fare una riflessione seria per avere un piano di medio-lungo termine», ha detto il presidente di Confindustria, aggiungendo che «forse l’Italia è diventata un paese troppo piccolo per permettersi una grande compagnia di bandiera, e bisognerà fare una riflessione forte da questo punto di vista».