Alain Finkielkraut, chi è il filosofo “cattivista” che porta acqua al mulino di Marine le Pen

L’ultimo libro del filosofo francese Alain Finkielkraut si chiama “L’identità infelice”. Uscito pochi giorni fa in Francia, è una critica serrata all’idea della nazione come “aeroporto”. Anche sul razzismo Finkielkraut, figlio di polacco un sopravvissuto ai campi di sterminio, ha idee controcorrente. L’antirazzismo è diventato ideologia-tabù, come il comunismo. È razzista, allora? No, solo non prende molto sul serio la teoria di Rousseau per la quale siamo tutti buoni ed è la società a farci “deviare”. Tesi, come si vede, in singolare sintonia con il movimento lepenista in ascesa nella versione Marine. Può essere lui, Finkielkraut, l’ideologo di riferimento del Front national? In Francia c’è chi ne è convinto e anche in Italia il Corriere ha di recente rilanciato la tesi con un articolo di Stefano Montefiori. “Finkielkraut – scrive Montefiori – affronta da tempo questioni come assimilazione e multiculturalismo, decadenza della scuola e pericoli del relativismo. Per tutta risposta si è preso molti attacchi verbali e uno anche più concreto: durante il suo discorso d’addio alla prestigiosa Ecole polytecnique un gruppo di studenti lo ha preso a torte in faccia…”.

Da tempo Finkielkraut ha smesso di essere considerato uno dei più eminenti esponenti della sinistra francese, da quando, ai tempi della rivolta nelle banlieues (2005), se ne uscì accusando islamici e neri di avere fomentato i disordini. Altro che disagio sociale…  Finkielkraut ha dichiarato guerra al politicamente corretto soprattutto ergendosi a difensore della lingua francese. “Quando sento che Mohamed è il nome proprio più frequente nella regione parigina – dichiarò in un’intervista – mi allarmo, e quando sento l’ex alto commissario del governo Martin Hirsch dire in tv che l’integrazione sarà completa il giorno in cui dei genitori cattolici chiameranno il loro figlio Mohamed, mi dico che a forza di politicamente corretto la Francia cammina con le gambe per aria».

Il filosofo detesta anche quel buonismo che si può tradurre con l’espressione “cultura del piagnisteo” e che è professato dai “medici del mondo”. E chi sono i medici del mondo?«Salvare delle vite: questa è la missione mondiale del medico del mondo. Costui è troppo occupato a riempire di riso la bocca che ha fame per ascoltare la bocca che parla. Le parole non rientrano nell’ambito della sua sollecitudine. Ciò che richiede il suo intervento sono le popolazioni martoriate, non i popoli volubili; l’esperanto dei lamenti, non le lingue opache e particolari. I corpi di cui si occupa sono, se così si può dire, disincarnati».

Non ha tutti i torti, Finkielkraut. Resta da vedere in che mani si depositerà la sua critica al politicamente corretto perché la smania di essere contro, in certi “cattivisti”, si traduce facilmente in rozzezza intellettuale. Intanto il non voler dare credito alla denuncia intellettualmente onesta di un Finkielkraut ha portato acqua al mulino lepenista. E la sinistra, come al solito, corre ai ripari con robuste pennellate mielose al suo buonismo, che gli impedisce di tenere conto della realtà.