“Vota il campione del Carroccio”. Ecco il pantheon della Lega 2.0: da Vercingetorige a De André

Vercingetorige ma anche Fabrizio De André, Oriana Fallaci ma anche Che Guevara. I lumbàrd sfoderano il loro pantheon mescolando presunte suggestioni proto-padane, giornaliste barricadere, poeti-cantautori, leggendari comandanti. Non è un vademecum del perfetto militante o un “invito alla lettura” redatto dai soloni di via Bellerio ma il sondaggio on line (“vota il campione del Carroccio”) promosso da La Padania nell’afa estiva. Le risposte sarebbero  propedeutiche al «Primo Campionato mondiale di Mitologia leghista» per non lasciare Carlo Cattaneo solo soletto.  Un pantheon di riferimento cui ispirarsi nella buona e nella cattiva sorte non si nega a nessuno, dà consistenza all’identità, magari un po’ sfilacciata, è utile per rintracciare i fili di una narrazione collettiva, direbbe Bertinotti. “Chi è il leghista più leghista della storia?”, “Chi si è comportato da protoleghista” senza saperlo? E giù una lista fantasiosa di bossiani ante-litteram per nobilitare la rinascita della Lega 2.0 alla ricerca di nuovi simboli e icone con un’innata predilezione per i ribelli.

Certo l’anarchico autore de La canzone di Marinella fa un po’ effetto per un partito che fa di legge e ordine la sua stella polare. Ma in fondo che c’è di male? La ricerca di numi tutelare o paradigmi esistenziali a cui ispirarsi sono una costante nella storia dei movimenti politici, come pure le stanche polemiche su presunti copyright infranti e sui “pericolosi” contagi tra destra e sinistra che in passato hanno scandalizzato i fanatici dell’ortodossia e delle etichette ideologiche.

Fece scalpore, per esempio, la citazione di Francesco Guccini nella top ten di Giorgia Meloni. La Lega ci provò già nel 2007  sotto la guida “illuminata” di Mario Borghezio: all’epoca uscì dal cilindro una vertiginosa lista di 82 nomi, con solo due donne, la Fallaci e la filosofa mistica Simone Weil. Tra gli altri  Gianfranco Miglio, lo sceneggiatore Cesare Zavattini, il creatore di Corto Maltese Hugo Pratt, il grande storico Federico Chabod, il liberale Luigi Einaudi e il dittatore dello Zaire Mobutu.  Un intreccio di temi identitari, federalisti e cattolico-tradizionalisti della Lega a delineare la Weltanschauung leghista e smentire – nelle intenzioni dei promotori – la vulgata di una Lega becera, ignorante all’ombra del celodurismo bossiano. Il tentativo di “risveglio culturale” destò interesse ma anche sarcasmo  per una marmellata indistinta di biografie sacrificate alla ragione di partito. Perché il confine tra il sincretismo un tanto al chilo e la sintesi culturale non è poi così sottile.