Una stanza per sfogare la rabbia: è il nuovo business. Risé: «Un sentimento da elaborare, non da reprimere»

Si chiama stanza della rabbia. L’ha importata in Italia Cristian Castagnoli, titolare di un capannone immerso nella campagna forlivese sull’esempio di altri “sfogatoi” sperimentati in Messico, Usa, Inghilterra. Sulle pareti ha fatto disegnare delle immagini in stile street art, musica rap a palla, mazze da baseball, bottiglie e damigiane e mobili da prendere a mazzate. Il soffitto è ricoperto da una rete, onde evitare che cocci e frammenti saltino nella stanza vicina o ti feriscano. Viene gente dai 18 ai 40 anni per scaricare  stress, rabbia perché si è in cassa integrazione o in disoccupazione o altro ancora. Le vie della rabbia sono infinite e per un’ora si spendono 35 euro. Furori ben poco eroici e addirittura pensare di lanciare un franchising sulle difficoltà delle persone non suona troppo bene. La rabbia si sconfigge solo con l’aggressività? Ci chiariamo le idee con Claudio Risé, docente, psicoterapista e saggista di fama internazionale.

Professor Risé, non pensa che una “stanza della rabbia” per sfogarsi non risolva, in realtà, un disagio più profondo? 

La rabbia è un sentimento che da sempre fa parte di noi e oggi è più frequente in un modello culturale dominato dal “politicamente corretto” che tende a reprimere la rabbia, ad esorcizzarla. “Mai farsi vedere arrabbiati” è l’imperativo che tende a omologare comportamenti, gusti, abitudini. La “stanza della rabbia” in quest’ottica si pone come un modo per dare rappresentazione a questa rabbia , un modo per venirci a contatto, riconoscerla come tale. Sarebbe più corretto sfogare certe rabbie facendo sport, piuttosto che chiudersi in un stanza, ma è meglio questo che la melassa alienante del politically correct. Certo, tutto questo non basta, è chiaro.

La rabbia è spesso una reazione alle difficoltà e alle frustrazioni: tristezza, avvilimento, delusione possono essere tappe intermedie prima di uno sfogo rabbioso? Meglio tristi o furiosi?

Ognuno ha i suoi percorsi. La frustrazione è anche un’opportunità che consente di conoscere meglio noi stessi. Dobbiamo farci “attraversare” da questa sensazione per conoscere meglio la nostra interiorità. Di sicuro la rabbia si supera attraverso il cambiamento di noi stessi, visto che i motivi di delusione in un momento come quello che stiamo vivendo sono tanti e complessi.

Si può depotenziare la rabbia? Quale suggerimento offre?

Guardare alla vita e alla bellezza delle cose in sé e non attraverso la lente dei nostri complessi che vorrebbero trasformare le cose in qualcos’altro. Ma questo è certamente più difficile che chiuderci in una stanza a fracassare mobili. Per questo la rabbia va riconosciuta, affrontata ed elaborata.