Tra Ilva e Val di Susa c’è l’Italia che naviga al buio

Mettetevi nei panni di un operaio dell’Ilva in queste ore e ditemi come vi sentireste.  Senza una prospettiva, senza una idea di futuro e con l’incubo che questa storia infinita, drammatica, indecente, che sta mettendo in ginocchio l’industria dell’acciaio nel nostro Paese, ne segni inesorabile il destino. Un destino di disperazione, come è intuibile. Senza lavoro, con la speranza, sempre che tutto vada  bene e non ci si metta di mezzo la cavillosa burocrazia dell’Inps, di sopravvivere per qualche mese ancora, lui e la sua famiglia, grazie alla cassa integrazione. Poi, quando anche questo rubinetto si chiuderà, ridursi a vagare come un’anima persa nel  desertificato mercato del lavoro, alla ricerca di un  posto che, nel novantanove per cento dei casi non trova, per il semplice fatto che non c’è.  Immaginate lo stato d’animo di questo poverocristo.  Che, in più, deve sorbirsi   interminabili giaculatorie propinate  da un circuito mediatico  dove ognuno dice la sua, pontifica e discetta. Un fiume in piena di parole. Giudici onnipotenti, che adottano provvedimenti coercitivi  brandendoli come  clava , senza usare il buonsenso,  che pure il Padreterno ci ha consegnato in dote. Imprenditori scellerati, che reagiscono a mo’ di rappresaglia. E il governo che non sa che fare, quale strada scegliere, per scongiurare il disastro. Un altro commissariamento per rispondere al sequestro degli impianti ? Perpetuando, così, lo scontro diretto con la magistratura ? Ad ogni azione, una reazione uguale e contraria. Una guerra di posizione, avvolgente ed estenuante, che avvelena l’aria più di quanto abbiano fatto le fornaci di Taranto. Una guerra che, a lungo andare, riduce al lumicino i residui spazi di manovra. Meglio allora  – ecco un’altra idea di cui si sta discutendo in queste ore nelle stanze di Palazzo Chigi – intervenire sui poteri del custode giudiziario, ampliandoli quel tanto che basti, giusto per non irritare  troppo la sensibilità di una magistratura  onnisciente ed onnipotente.  Un affastellarsi di ipotesi che aggiunge confusione a confusione, disorientamento a disorientamento. Questo, a Taranto. Ti sposti più in là e ti accorgi che le cose, in  prospettiva, non vanno certo meglio per gli altri impianti siderurgici  e per l’enorme indotto  di un settore che  occupa decine di migliaia di lavoratori nei numerosi opifici sparsi per l’Italia, a Sud e a Nord della penisola. Disperazione e sofferenza sono diffuse ad ogni latitudine. Tormenti quotidiani per la nostra gente, in questi maledetti tempi di crisi e di spaesamento collettivo.

Se  da Taranto andiamo in Val di Susa, il panorama non cambia. All’ombra delle Alpi, provate a mettervi nei panni di quegli imprenditori che lottano ogni giorno e ogni notte per  mantenere aperte e in piedi le aziende, obbligati ad onorare le commesse dell’Alta Velocità, e per ciò stesso subiscono attentati, sabotaggi, aggressioni, minacce, come se fossimo nel Far West e non in un paese civile. Alle prese, loro sì eroi, in un ‘epoca  di  dissipazione e di frantumazione  di coscienza collettiva, con il terrorismo strisciante, insolente e delinquenziale di una minoranza  vile, coccolata e sostenuta dai teoremi   pseudo ideologici di un grumo di intellettuali,  dispensatori di folli suggestioni per menti violente e  malate. Artigiani e imprenditori che  lo Stato, uno Stato degno di tal nome, ha il dovere di proteggere,  spazzando via la canaglia  impazzita e indecente che, da troppo tempo, si accalca e circonda i cantieri della Tav. Taranto e Val di Susa, con il loro carico di vergogna, disperazione, violenza, con il vuoto di decisioni dirimenti e definitive, stanno lì a mostrare, come una icona terrificante di un tempo caotico e  incerto, il volto deprimente di un Paese piegato e piagato.  Un Paese che perde valore industriale e tenore imprenditoriale, non è più un Paese in cui si può vivere. Siamo ormai in un punto cruciale. Ci stiamo avvitando in una spirale perversa. Siamo soffocati da una giustizia che ha tramutato la sua missione di garanzia della legge in funzione iconoclasta , senza badare alle conseguenze che i suoi atti provocano  sull’anello debole della catena sociale. Rischiamo di rimanere imbrigliati nella morsa funesta di una pulsione sovversiva,  pronta ad  attecchire  ed esplodere sulle macerie sociali di un paese frantumato e scoraggiato.  Lì dove la protesta rompe gli argini e supera i confini del civile, duro confronto, per  inoltrarsi sul terreno minato dello scontro, dobbiamo maggiormente temere effetti deflagranti. E’ qui, su questo livello che i problemi gravi del paese, racchiusi in quella icona, assumono la fattura di un sentiero senza ritorno. Ed è qui, su questo livello, che più forte si avverte il peso dell’assenza di una politica alta e forte , rigeneratrice e convincente.  Avvolti  in un comune destino, l’operaio dell’Ilva  e l’imprenditore della Val di Susa, rischiano ormai di esaurire le forze. Forse, in cuor loro ancora sperano che qualcosa cambi, che torni la normalità. Un’esile speranza, la loro.  A turbare, è l’impressione che  siano ancora pochi, nei Palazzi del potere, a rendersi conto del fatto che  su quel  filo sottile ci stiamo giocando l’ultima carta per riprendere la rotta ed uscire dalla tempesta. Se non sapremo difendere la nostra gente operosa, se quei lavoratori dell’Ilva dovessero essere lasciati nelle mani di un destino crudele, se quei tenaci artigiani,  quei piccoli imprenditori dovessero fuggire via dalle valli dove portano lavoro e progresso,  allora davvero sprofonderemo buio nel più pesto. E nel buio sarà difficile ritrovare la luce.