Torna l’accusa di filonazismo contro Jünger, Schmitt e Heidegger. Ma i tre pensatori non furono paladini della tirannide

Un recente intervento su Le Monde del filosofo francese Jean-Pierre Faye ha fatto riesplodere in Francia il dibattito sul rapporto tra intellettuali e nazismo. In particolare tre grandi pensatori del Novecento, irriducibili agli schemi progressisti, sono finiti sul banco degli imputati, replicando un “processo” che ciclicamente torna ad avere i più svariati pubblici ministeri: si tratta di Ernst Jünger, Carl Schmitt e Martin Heidegger. Scrittore visionario il primo, giurista il secondo, filosofo il terzo. Secondo Jean Pierre Faye il loro linguaggio avrebbe seminato il terreno sul quale sarebbe poi fiorita la retorica del nazionalsocialismo, con la sua carica di aggressività e violenza.

La parola “incriminata”, secondo Faye, è “decostruzione”. Usata da Heidegger nel 1955 sarebbe una sorta di embrionale preludio alla strategia dello sterminio. Una tesi che non convince per niente Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica ed ex ministro dei Beni culturali. Ornaghi, intervistato da Avvenire, spiega che individuare consonanze tra il pensiero dei tre e l’ideologia dominante è un gioco relativamente facile ma rappresenta un errore come sostenere “che lo Stato bolscevico proviene tutto dalla teoria di Marx”. Infatti, prosegue Ornaghi, “è molto difficile trovare un rapporto automatico o comunque deterministico tra i grandi pensatori e le ideologie, e quindi i regimi”.

Tra l’altro, nel caso di Jünger, è comprovata la sua ostilità al totalitarismo espressa nel romanzo Sulle scogliere di marmo (1939) e per il quale rischiò un processo per disfattismo bloccato per ordine di Hitler che intimò: “Lasciate Jünger tranquillo”. Nota è poi la reciproca diffidenza che si instaurò tra il regime nazista e Martin Heidegger, che già nel 1934 presentava le sue dimissioni da rettore dell’Università di Friburgo e veniva ripagato con una serrata vigilanza da parte degli apparati di sicurezza del Nsdap. Quanto a Carl Schmitt, contro di lui il partito nazista puntò l’indice accusatore nel 1937 con un rapporto riservato dell’ufficio diretto da Alfred Rosenberg che contestava la sua dottrina, troppo intrisa di “romanità”, criticava i suoi rapporti con la Chiesa cattolica e infine guardava con sospetto al suo presidenzialismo.

Si tratta di elementi già noti di un dibattito su intellettuali e nazismo che va avanti da mezzo secolo. Perché allora il tema torna? Perché in realtà i tre grandi pensatori di cui si è occupato Faye furono precisi e spietati interpreti della “crisi” e le tirannie del Novecento proprio in quella crisi misero radici e prosperarono. E tuttavia bisogna distinguere con onestà intellettuale tra la diagnosi della malattia e la scorciatoia intrapresa per curarla. E, per quanto riguarda la “diagnosi” (sia che si tratti della decadenza dell’Europa, di quella del diritto o dell’oscuramento dell’Essere) il trittico Jünger- Schmitt-Heidegger resta insuperato e ineludibile.