Sommare i frammenti della destra non ci porterà da nessuna parte se non si riparte dalle idee

Ora che Forza Italia è rinata come araba fenice, vale la pena riprendere alcune riflessioni sulla Destra scomparsa. Non tanto per una sorta di effetto riflesso. Come se la crisi della destra (o la sua rinascita) possa essere analizzata unicamente in ragione dell’alleanza con il partito di Berlusconi, come pure lascerebbero intendere non poche suggestioni fra gli ex-An. A noi pare, invece, che la questione vada compulsata e sviscerata in termini diversi. Se oggi esiste, come dicono taluni, una destra “diffusa”, ossia presente nella società,  caldeggiata nelle menti e nell’animo di uomini e donne che ai suoi “ valori” si sentono intimamente legati, e che non si collocherebbero mai e poi mai sul versante sinistro dello schieramento politico; se quella destra esiste nella percezione collettiva, ma non è più presente, fatto inedito dal dopoguerra fino ai giorni nostri, come forza politica unitariamente coesa e come tale organicamente rappresentata in sede parlamentare, è evidente che le ragioni sono molto più profonde di quanto si possa pensare.

E se quelle ragioni non saremo in grado di esaminare, con cruda autocritica e spietata onestà intellettuale, crediamo purtroppo che il cammino di una eventuale ricomposizione della frammentazione in atto non porti da nessuna parte. Mettiamo allora le carte in tavola, una volta per tutte. Proviamoci, almeno. Cominciando, per esempio, con il porre un po’ d’ordine nell’analisi. A parere di chi scrive, la destra ha cominciato a non essere più destra, quando ha abbandonato il sentiero dello studio, del confronto serrato e vivificante con le idee, quando ha lasciato ad un  destino di solisti fuori dal coro un nutrito stuolo di intellettuali, di professionisti e di esperti; quando, insomma, si è privata di un cervello pensante che facesse da battistrada all’aggiornamento del Pensiero e alla contaminazione sollecitata sul terreno speculativo dai grandi cambiamenti indotti dalla scienza e dalle nuove tecnologie. Non che siano mancati  tentativi e spinte in tale direzione. Dobbiamo, però, ammettere che il porre mano alla scatola degli attrezzi delle idee, più di una volta, ha generato confusione e fornito tesi contraddittorie, rabberciate, poco stimolanti e affatto entusiasmanti: un canovaccio imbottito di luoghi comuni, al dunque, spesso subalterno al  pensiero dominante, a partire dalla acritica accettazione di un modello di sviluppo iperliberista, edonista e consumistico. Per non parlare di una deriva europeista in chiave finanziaria ed economica, cui non ha fatto da contrappeso una ardente difesa della sovranità nazionale, in tutte le sue forme e le sue varie articolazioni, né  la costruzione ( al di là di scontate enunciazioni di maniera) di una visione preminentemente politica dell’Europa. A  lungo andare, il percorso della destra è apparso cedevole sui principi, e pressoché inconsistente come elemento qualitativamente distintivo di una opzione politica più ampia di quella racchiusa nella sfera del “berlusconismo”.

Quando poi, dal campo dei contenuti ideali e programmatici si è passato a quello del governo, non sempre si è brillato per competenza, capacità, incisività e immissione di forme moderne e innovative nella sfera della governance, sia locale che nazionale. Di tutto questo ha risentito, come è ovvio, lo stesso esercizio del Potere. Affidato a mani inesperte,  quell’esercizio, da valersi  in funzione del bene pubblico e collettivo, si trasforma in ben altro. Diventa opaco, inquinato, finanche truffaldino , come purtroppo è accaduto in alcuni casi. Perdendo in generosità e flettendo sul piano etico , la destra  ha finito con il rinunciare alla sua anima. Al suo tratto distintivo. Di qui l’esigenza , se si vuole davvero intraprendere “un nuovo inizio”, di declinare un inventario di valori  confrontandosi con i mutamenti in atto e le trasformazioni etiche, culturali, sociali che investono la sfera biologica e antropologica. Ecco, di una nuova antropologia culturale avremmo gran bisogno.  Che scavi nella Tradizione, superandola e inverandola nelle forme della modernità. Il ché non significa volgere  la testa all’indietro, al passato. Significa, al contrario, riannodare il filo della storia, restituire senso, profilo identitario ad una comunità oggi spaesata e senza più riferimenti certi. Se c’è una cosa che dovrebbe distinguerci da chi parla di “rottamazione”, giocando sulle fratture generazionali, è proprio la consapevolezza che quel linguaggio non  appartiene alla cultura di destra.

Per la Destra  il rapporto fra le generazioni ha sempre assunto un valore sacrale, elemento di continuità, incarnato nell’esperienza dei nonni e dei  padri che si trasmette ai figli e ai nipoti,un  grumo di eredità  che è storia, radici,linfa, emozione, vissuto,prezioso  giacimento cui attingere. La frattura intesa quale elemento di discontinuità generazionale non  ha mai fatto parte del  Dna della destra. Intendiamoci, questo non ha nulla a che vedere con il ricambio generazionale, con la necessità di aprire spazi ai giovani, farli crescere ed affermare. Pulsione fresca e rigenerante, quella dei giovani. Da valorizzare, in ogni ambito e ad ogni livello. Rappresenta il  Futuro. Senza  che esso annulli il Passato.  Spesso, però, commettiamo l’errore, scimmiottando la sinistra, di inseguire  slogan piuttosto che badare ai contenuti, e tener separati gli ambiti di un problema attuale e complesso.  Infine, veniamo al punto che sembra più interessare il dibattito che si è aperto sulla “ricomposizione” della destra politica, dopo la diaspora. Ricomporre è parola impegnativa. Lo è per tutti i protagonisti  del dramma che si è consumato. Se nessuno , tra costoro, mostra resipiscenza, umiltà, generosità verso gli altri; se ci si rifugia nel castello della presunzione, di un egocentrismo ottuso e inconcludente, se non si depongono le armi spuntate degli egoismi e delle ambizioni personali, come si può pensare di superare lo scoglio? Al contempo, intendere la ricomposizione in funzione meramente elettorale, come sommatoria dei vari frammenti in cui è ridotta la “destra”, rischia di alimentare perniciose illusioni. Un vascello sgangherato  torna  a navigare soltanto se è messo in condizioni di farlo: se prima ha irrobustito lo scafandro, rammendato le vele sdrucite e trovato capitani coraggiosi. Fuor di metafora: perché l’inizio sia “nuovo”,  in tutto e per tutto, ci vogliono idee che camminino sulle gambe di uomini e donne, generosi e intelligenti. In grado, costoro, di fornire  una Proposta politica  inedita agli italiani. Oltre Alleanza nazionale.