Siria e dintorni: ma quali conservatori, l’interventismo è sempre dei progressisti. La storia ci insegna che…

Sono in molti a stupirsi del fatto che la contrarietà all’intervento militare in Siria proviene più dal fronte conservatore che da quello progressista. Portabandiera dell’attacco ad Assad sono infatti il democratico Obama e il socialista Hollande, mentre il conservatore Cameron s’è defilato e la cristianodemocratica Merkel ha detto no. Che succede, s’è rovesciato il mondo? Niente affatto. Basta avere un minimo di conoscenza della storia politica dell’Europa e degli Stati Uniti  per capire che non c’è nulla di strano. Tradizionalmente, sono infatti i progressisti quelli maggiormente sensibili al richiamo della “guerra giusta” e della crociata “etico-umanitaria”.  Lascia  quindi non poco perplessi l’articolo che compare sul Corriere della Sera a firma di Viviana Mazza, che già nel titolo denota una visione distorta del pensiero politico occidentale. «L’intervento progressista e la Realpolitik conservatrice. Quando i termini si invertono». Si invertono? Ma stiamo scherzando? Se c’è una cosa che tradizionalmente viene rimproverata ai conservatori è proprio l’eccesso di Realpolitik. E abbastanza riduttive  sono anche le tesi del politologo liberal Michael Lind riportate nel servizio. La cautela del partito repubblicano americano nella questione Siria dipenderebbe infatti dalla considerazione dell’impopolarità presso i cittadini statunitensi delle guerre in Iraq e in Afghanistan.

Un rapido sguardo alla storia del secolo scorso  forse aiuterà a sciogliere qualche dubbio. Cominciamo dal fatto che i più rilevanti impegni bellici degli Stati Uniti nel ‘900 sono stati iniziati e condotti da presidenti provenienti dal partito democratico. Parliamo di: Woodrow Wilson (Prima guerra guerra mondiale), Franklin Delano Roosevelt (Seconda guerra mondiale), Harry Truman (guerra di Corea), John Kennedy prima e Lindon Johnson poi (guerra del Vietnam), Bill Clinton (guerra contro la Serbia). È solo un caso? Sarà. Ma allora dovrebbe essere anche un caso se in grandi pacificatori americani del ‘900 provenivano viceversa   dal partito repubblicano. Fino a prova contraria, i presidenti repubblicani, le guerre  le hanno concluse,  non certo iniziate. Grande pacificatore fu  esempio Richard Nixon, che chiuse la guerra in Vietnam e aprì un canale diplomatico con la Cina di Mao Zedong (la celeberrima “diplomazia del ping pong”). E grande pacificatore fu anche Ronald Reagan, che concluse la Guerra fredda senza sparare un colpo (a parte il grottesco intervento nella minuscola isola di Grenada e a parte le rapide “sberle” che la sesta flotta americana riservò a Gheddafi nel Golfo della Sirte).

Qualcuno, a questo punto, legittimamente obietterà: come la mettiamo allora  con Bush padre e Bush figlio? Giusto. Ma Bush padre non si sognò mai, ad esempio,  di legittimare  l’attacco a Saddam con motivazioni “umanitarie”. Affermò invece, in perfetto stile conservate (quindi uno stile rivolto alla concretezza della Realpolitik),  che erano in gioco i “vitali interessi” americani e dell’Occidente. E proprio qui è  il punto. Perché  la differenza tra progressisti e conservatori non sta nella maggiore o minore propensione all’interventismo, ma nelle motivazioni ad esso. I progressisti  hanno bisogno di “legittimare” il ricorso alle armi con “nobili” motivazioni umanitarie. I conservatori no:  badano al sodo e tendono prevalentemente a richiamarsi alla concretezza  degli interessi geostrategici e geopolitici. Premesso che nessuna guerra viene mai scatenata per motivi “ideali” , ma sempre per il controllo delle risorse e delle linee di comunicazione, è un fatto storicamente accertato che le motivazioni “umanitarie” rendono normalmente più aggressivi, allo stesso modo in cui più devastanti si rivelano le “guerre giuste”. Come affermò il grande Carl Schmitt richiamandosi a Prudhon, «chi dice umanità vuole ingannarti».

L’unica volta che un conservatore ha cercato motivazioni “progressiste” ha fatto non a caso una pessima figura. Parliamo di Bush figlio e della  sua denuncia delle fantomatiche armi chimiche di Saddam. Avrebbe fatto prima (e meglio) a dire semplicemente che il Rais di Baghdad era un fattore di destabilizzazione  per il Medio Oriente e per le rotte energetiche. E che andava pertanto eliminato. Però, ad onor del vero, né George W. né il partito repubblicano americano, utilizzarono mai l’espressione «esportare la democrazia». Questo concetto gli fu attribuito dai mass media europei. Guardacaso, l’«esportazione della democrazia» è un’idea che risale ai primi anni del giacobinismo in Francia. E quindi  parliamo di un’ideologia che continua certamente a ispirare Hollande. Che sia un caso di transfert freudiano?