Putin: sì al raid in Siria se c’è la prova sulle armi chimiche e a condizione che l’Onu dia il via libera

Il presidente russo Vladimir Putin non esclude l’appoggio di Mosca a un’operazione militare in Siria, se fosse provata la responsabilità di Damasco nell’uso di armi chimiche e a fronte del via libera da parte dell’Onu che continua a frenare. Il premier russo aspetta lo studio «molto dettagliato e approfondito della presenza di prove evidenti che dimostrino chi ha usato l’arma e con quali mezzi», ha detto in un’intervista al primo canale della tv statale russa. «Solo dopo la Russia sarà pronta ad agire», ma, ha avvertito la Casa Bianca dall’intraprendere passi unilaterali in mancanza di approvazione del Consiglio di Sicurezza Onu: l’uso della forza verso uno stato sovrano è inammissibile e va considerato come «un atto di aggressione». Molto chiaro anche sulla fornitura dei missili S-300 promessi a Damasco dalla Russia, che «è stata congelata ma non interrotta», Mosca è pronta a fornire questi missili “sensibili” anche ad «altri Paesi» del mondo se sulla Siria verrà violato il diritto internazionale. Dubbi del capo del Cremlino sul video-choc dei bambini uccisi in un attacco con armi chimiche, «si ritiene che si tratti di una compilazione messa insieme dai militanti che, come sappiamo molto bene, e l’Amministrazione Usa ammette, sono collegati con Al Qaida, nota per la sua crudeltà».

Incassato il sì dei repubblicani, spicca l’appoggio pesante di Hillary Clinton («è provato che Assad abbia usato armi chimiche»), Barack Obama  è volato a Stoccolma per poi partire per San Pietroburgo per il summit del G20, dal quale il governo italiano – ha spiegato Enrico Letta – «si aspetta una grande chance per accorciare le distanze» dopo l’apertura di Obama che ha spostato di due settimane la decisione dell’attacco. La bozza di autorizzazione all’uso delle forze militari in Siria, proposta dai leader della commissione esteri del Senato, prevede un limite massimo di 90 giorni per l’intervento e il divieto esplicito a truppe da combattimento di terra. In attesa dell’incerto voto del Congresso previsto per la prossima settimana, Obama conferma che l’ obbiettivo non è prendere parte nella guerra civile siriana, né far cadere il regime di Assad. A Washington  abbondano gli scettici: due giorni di raid, osservano, cambiano poco. Servirebbe una campagna prolungata ma il presidente, insieme a gran parte degli americani, non la vuole, anche perché il capo di Stato Maggiore Dempsey, mai entusiasta quando sente parlare di Siria, ha rivelato che ogni giorno di guerra può costare un miliardo di dollari.