Pd, il correntismo sfrenato come cortina fumogena di un partito allo sbando

L’intreccio è perverso. E rischia di aumentare l’incertezza che grava sulla tenuta del governo  in queste prime giornate autunnali. Ci riferiamo all’incrociarsi del destino del governo con le questioni politiche sul tappeto. A cominciare dalle fibrillazioni che stanno scuotendo nel profondo il Pd.  La confusa Assemblea nazionale , convocata in vista del congresso, ha offerto il volto di un partito impelagato in mille contraddizioni, diviso al suo interno, preda ormai di un correntismo sfrenato. Insomma, un partito allo sbando. Dove  la  contesa sulle regole congressuali non è altro che il preludio di una guerra di posizionamento  tra due scelte di potere. La discussione, se di discussione si può parlare, gira tutta attorno al dilemma se modificare o meno l’articolo 3 dello Statuto, secondo cui il segretario è anche il candidato premier. D’Alema, e non solo lui, vorrebbe che le due figure fossero distinte. I renziani, al contrario, chiedono che i ruoli coincidano. Epifani, che dovrebbe essere il garante di un equilibrio, al momento  non rilevabile, assicura che l’automatismo sarà eliminato. Il problema, come è facile intuire, non è di poco conto. Dal momento che dall’esito che avrà, dipenderanno gli equilibri futuri nel Pd.  La parte avversa a Renzi non nasconde la preoccupazione che una sua immediata ascesa alla segreteria comporti non pochi grattacapi per il governo delle larghe intese. Un rischio per Enrico Letta, in costante apnea nella quotidiana lotta per la sopravvivenza, cui il suo esecutivo sembra ormai  essere rassegnato. Il sindaco di Firenze, d’altro canto, continua a giocare come il gatto con il topo, affonda colpi micidiali con un lessico demolitore che non lascia presagire niente di buono. Non è rassicurante con Letta, cui imputa un atteggiamento fin troppo remissivo nei confronti dell’alleato del Pdl. In più, si affida ad un “battutismo” più o meno efficace, senza mai  approfondire i temi con i quali il Paese è chiamato a misurarsi. La sensazione che possa rappresentare l’ennesimo prodotto mediatico, un guscio bello fuori e vuoto dentro, comincia ormai a diffondersi, anche fra quelli che lo avevano osservato ed accolto con un certo interesse.  Vedremo come andrà a finire. Fatto sta che tutto questo cincischiare intorno alle regole congressuali somiglia tanto ad un balletto  che si tiene sull’orlo di un burrone. In queste condizioni, si può davvero immaginare che non ci saranno  ripercussioni sul governo? Per quanta immaginazione si possa avere, a noi sembra davvero difficile crederlo. In più il caso Saccomanni, ossia di un ministro del Tesoro che non usa mezzi termini nel dichiararsi stanco dei  troppi condizionamenti che vengono dai due  maggiori partiti  della “strana e precaria” alleanza, rischia di trasformarsi nel detonare della crisi. E qui, entra in gioco, il centrodestra. Perché l’intreccio perverso  riguarda anche il Pdl.  Le reazioni alle parole del ministro dell’ala dura, quella non governativa, non si sono fatte attendere. C’è chi ne ha chiesto le dimissioni. Dando il là, come era intuibile, all’alzata di scudi in difesa dell’inquilino di via XX settembre da parte di Epifani e compagnia. A dimostrazione ulteriore, ove ce ne fosse ancora bisogno, dell’ambigua coazione a ripetere posizionamenti tattici, tutti in chiave elettoralistica. Peraltro, fino a quando le partite politiche continueranno a giocarsi con un occhio rivolto all’andamento dei sondaggi, piuttosto che sui contenuti concreti delle proposte, delle idee, delle riforme  e delle azioni da portare avanti, sarà ben difficile scongiurare simili comportamenti.  Più verosimilmente,  a noi pare che la matassa si stia ingarbugliando. Che l’aggravarsi delle condizioni economiche e sociali del Paese, messe in drammatica evidenza dalla visita di Papa Francesco nella martoriata Sardegna, uniti ai venti recessivi che continuano a soffiare impetuosi, stiano allargando i fossati nel cuore di una alleanza, alla quale non credono per primi coloro che, nolenti o volenti, l’hanno messa in piedi. Fino a quando, è lecito domandarsi, la singolar tenzone, in casa Pd, e le palpitanti attenzioni al destino di Berlusconi, in casa Pdl, lasceranno accesa  una sia pur pallida luce per illuminare il cammino del  governo ?  La risposta riferita ai tempi non è scontata. Nessuno  possiede la palla di vetro. Ma che quella luce si stia affievolendo è un dato oggettivo. Se non fosse che sotto il lampione spento  si rischia di trovare soltanto macerie.