Nessuno vuole la crisi, nessuno sa come evitarla. Ma allungando i tempi si salva il governo?

Nessuno vuole la crisi, ma nessuno sa come evitarla. Il significato politico delle spericolate (e per certi versi incomprensibili) “manovre” procedurali all’interno della Giunta delle elezioni del Senato è proprio questo. Come dei canoisti che si sono avventurati lungo un fiume sconosciuto, inconsapevoli dei pericoli, si trovano improvvisamente davanti a rapide che non possono fare nulla per evitarle (è una vecchia metafora di Ciriaco De Mita, un po’ più articolata del riassunto che qui ne facciamo), i partiti hanno messo in moto un meccanismo che finirà per triturarli. Le ragioni e i torti degli uni e degli altri si sovrappongono fino a confondersi. E tutti restano con il cerino in mano della decadenza di Berlusconi da evitare come la peste (ne sono convinti perfino i più coriacei assertori) se si vuole evitare la caduta del governo. Ma come fare?

Ecco l’escamotage, se così si può dire: non decidere. E attendere la data fatidica del 19 ottobre quando la Corte d’Appello di Milano rideterminerà la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici con conseguente ricorso per Cassazione da parte dell’imputato. Non sappiamo quanto tempo guadagneranno Berlusconi, Letta, il Pdl, il Pd, comunque la procedura di decadenza a quel punto non avrebbe più senso in quanto il Senato non dovrebbe fare altro che prendere atto della disposizione giudiziaria senza accollarsi tutte le paturnie che da un mese e mezzo tengono l’Italia paralizzata.

Ci chiediamo: se così andrà – e tutto lo lascia credere – non ci si poteva pensare prima, dal momento che l’esito giudiziario era ed è scontato? A Berlusconi la responsabilità di chiedere la grazia se vuole, al capo dello Stato quella di concederla se crede. E sempre all’imputato spetta la scelta tra arresti domicialiari ed affidamento ai servizi sociali. Era così urgente esasperare la situazione dal momento che l’esito della furiuscita di Berlusconi dal Parlamento è comunque scontato?

Non è vero che siamo gli eredi di Machiavelli. E’ un torto che facciamo al Segretario fiorentino quando scodelliamo provvedimenti che tentano (malamente) di salvare capre e cavoli. Le fiamme ed i fuochi del Pdl per ora sembrano essersi spenti; quelli del Pd si sono abbassati e tra non  molto diventeranno cenere. Berlusconi resterà ancora un poco al Senato e, quel che è più importante, eviterà la macchia di esserne cacciato con un voto. Il governo, dunque, dovrebbe essere salvo. “Dovrebbe”, diciamo, poiché non sappiamo da qui a poche ore che pieghe prenderanno gli eventi. Il disordine concettuale oltre che giuridico e politico è stato certificato dai lavori della Giunta: prima le pregiudiziali di costituzionalità che imponevano un voto immediato il cui esito era scontato; poi il ritiro delle stesse sostituite con un accertamento di eleggibilità in Molise (ma non era già stato fatto a suo tempo?); infine la relazione con relativo voto che potrebbe arrivare fuori tempo massimo e, dunque, senza produrre effetti concreti. Tutto, dunque, nelle mani di questa classe politica, può accadere.

Letta, intanto, tira un sospiro di sollievo. I contendenti pure. I grillini sono imbufaliti e, probabilmente, anche i militanti del Pd i quali possono prendersela soltanto con l’improntitudine di Guglielmo Epifani che un minuto dopo la pronuncia della sentenza avvertì l’urgenza di rassicurare il suo popolo che il partito avrebbe fatto di tutto pur di esiliare Berlusconi. Come al solito non gli è riuscito. Lo vada a spigare a quelli che affollano le feste del Pd  cui non è rimasto altro che una lacrima da versare su una malinconica salama da sugo.