Napolitano: «Studiate il Novecento». Ma gli “agit prof” strappano ancora le pagine scomode

Lo studio della storia è fondamentale per difendere  o riconquistare il senso dell’identità nazionale.  Il tema è stato rilanciato da Giorgio Napolitano in questo momento di crisi della coesione sociale e nazionale. «Desidero esprimere il mio vivo apprezzamento per l’iniziativa che intende approfondire temi e problemi della complessa eredità politica, culturale e istituzionale del Novecento, giovandosi della formula, positivamente sperimentata, dei cantieri di storia»: è  questo il messaggio che il Presidente della Repubblica ha inviato agli organizzatori del convegno nazionale che si svolge nel campus di Fisciano (Università di Salerno) dalla Società Italiana per lo Sviluppo della Storia Contemporanea.  «Studiare le vicende storiche del  secolo breve  e analizzarne tanto gli antefatti quanto le scelte da cui discendono le realtà che viviamo significa ripercorrere il cammino del progresso economico e sociale che, in particolare nella seconda metà del Novecento, ha trasformato profondamente l’Italia e gli italiani in un quadro di straordinaria evoluzione», afferma il capo dello Stato. «Coltivare, promuovere e diffondere la storia contemporanea rappresenta uno strumento essenziale – soprattutto per le giovani generazioni – al fine di meglio comprendere il processo di crescita democratica del nostro Paese che compì un progresso fondamentale con l’approvazione della Costituzione».

Si tratta di parole indubbiamente sagge e condivisibili. Speriamo solo che questa alta esortazione possa essere intesa nel modo giusto nelle scuole e nelle università del nostro Paese. Per troppo tempo abbiamo assistito oll’occultamento e alla manipolazione, da parte di certi “agit prof”, di troppe pagine ritenute scomode dalla cultura di sinistra, una cultura  che ha a lungo dettato legge all’interno del sistema educativo italiano. Proprio perché, come dice Napolitano,  quella del Novecento è una «complessa eredità politica» è augurabile che non ci siano più fogli strappati. Ancor  oggi, per tanti professori di storia, la parola “revisionismo” rimane una bestemmia. E si tratta di una grave ostacolo sulla via della conquista delle memoria condivisa, da tanti auspicata ma da pochi realmente perseguita.