Mirafiori riparte in Maserati: smentita la “leggenda nera” di Marchionne che vuole dire addio all’Italia

Sarà pure il meno amato dagli italiani (di sinistra), ma Sergio Marchionne non è certo uno che si perde in chiacchiere. La notizia che la Fiat investirà a  Mirafiori smentisce innanzi tutto la “leggenda nera” che lo vorrebbe intenzionato a sradicare l’azienda torinese dall’Italia. Ma non  c’è solo questo nell’annuncio  che entro il 2015 uscirà dallo storico stabilimento Fiat  il Suv della Maserati. L’accordo su Mirafiori è anche il frutto delle nuove relazioni industriali che si sono affermate all’interno dell’azienda negli ultimi anni  e che hanno causato  lo “strappo” della Fiom, abbarbicata sul vetero sindacalismo degli anni Settanta. «Marchionne vuole solo annullare i diritti dei lavoratori».«Marchionne non garantisce un piano di investimenti in Italia». È un po’ questo il ritornello intonato dai duri della Cgil e ripetuto pedissequamente da Sel e dalla sinistra del Pd.

Invece si dimostra, non solo che la Fiat intende investire  in Italia, ma che ciò parte dall’accordo con gli altri sindacati. Sintomatico è quanto si legge nel comunicato congiunto tra Fiat e i rappresentant sindacali che hanno siglato l’accordo:«Sergio Marchionne ha sottolineato come il contratto sia stato uno strumento determinante per il rilancio qualitativo e produttivo degli stabilimenti Fiat in Italia. Anche grazie ad una piena applicazione delle regole innovative dell’accordo è stato possibile portare gli stabilimenti italiani, come Pomigliano d’Arco, Grugliasco, Melfi e Sevel ad un livello di eccellenza nel panorama automobilistico internazionale. Le organizzazioni sindacali hanno confermato il loro impegno nella difesa e nel rafforzamento dello strumento contrattuale, riconoscendo che esso rappresenta una condizione imprescindibile per l’impegno industriale della Fiat in Italia». Comprensibile (e più che giustificabile) è la soddisfazione di Bonanni («oggi è una giornata importante per i lavoratori di Mirafiori e di tutta la Fiat»), Angeletti («è un ottimo risultato»), Centrella («rappresenta una garanzia per i lavoratori italiani»). Chi mastica amaro è  il sindacato “rosso”. «L’annuncio dell’investimento a Mirafiori è positivo», dice a denti stretti  Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese, che  poi si mette a fare l’uccellaccio del malaugurio:  «Nel caso migliore ci sarà un altro paio di anni di cassa integrazione straordinaria, nel peggiore non si sa».  Se avesse partecipato anch’egli all’incontro con l’ad della Fiat, lo scettico sindacalista sarebbe sicuramente venuto a conoscenza che a Mirafiori si produrrà anche un modello di auto di fascia media. probabilmente con il marchio Alfa Romeo.

Possiamo in fondo  capire il malumore della Fiom. Una volta, tanti anni fa, i metalmeccanici della Cgil costituivano il cuore dell’aristocrazia operaia (rossa) e rappresentavano l’avanguardia della “rivoluzione in marcia”. A quei tempi (in particolare tra l’autunno caldo e i primi anni Settanta) , gli stabilimenti di Mirafiori erano il “regno” di Lotta continua e di altri gruppi di facinorosi che intimidivano i capireparto e  sobillavano gli operai,  spingendoli a fare ampio ricorso alla pratica dello sciopero selvaggio. Sempre a quei tempi, non erano infrequenti i casi di Fiat 127 (ricordate la mitica auto-simbolo degli anni Settanta?) che uscivano dalla catena di montaggio con qualche difetto, diciamo così, di “fabbrica”. Il canto del cigno di quella stagione “rivoluzionaria” fu quando Berlinguer si presentò ai cancelli di Mirafiori per portare la “solidarietà” del Pci agli operai in lotta che occupavano lo stabilimento. Forse i sindacalisti della Fiom hanno nel cuore quelle immagini ingiallite, insieme con i racconti dei padri e dei nonni “rivoluzionari”. Oggi, dopo più di trent’anni, si apprestano invece a uscire da Mirafiori auto con il mitico marchio Maserati, uno degli status symbol del capitalismo rampante. Un segno dei tempi?