Per la Boldrini è “sessismo” anche mostrare le donne che cucinano in famiglia e servono il pranzo

Per Laura Boldrini il tarlo del sessismo sta diventando una vera ossessione: ormai ne intravede lo spettro ovunque, naturalmente evocato soprattutto dal demone della «cattiva maestra tv». E tra invettive scagliate contro le aspiranti miss, e strali lanciati verso scelte di marketing e leitmotiv pubblicitari, negli ultimi mesi la presidente della Camera ne ha avuto un po’ per tutti: dagli spot inneggianti ad una calligrafica rappresentazione di una datata sunshine family modello Italia del boom, ai titoli dei giornali di gossip intestati all’ultimo erede di Casa Windsor. Cosa accomuna mondi così distanti? La problematica femminil-femminista entrata ormai a ritmo quotidiano nel cuore dello Stato, a detta della Boldrini, con modalità e in misura diverse, comunque vilipesa. Insomma, che si inneggi a sei colonne con un entusiastico «È maschio!» titolando sulla nascita del figlio di William e Kate, o che dal piccolo schermo si pubblicizzino sottilette e sofficini con mamme accudenti ai fornelli e figli e mariti esultanti al tavolo, per la presidente della Camera si magnifica comunque – e colpevolmente – un sessismo latente nel messaggio virtuale, che offende e sminuisce l’immagine femminile. L’ultima imprecazione contro mammine perfette sgambettanti in cucine impeccabili, mentre i papà leggono il giornale comodamente assiepati sul davano del salotto di casa risale a ieri, puntualmente ripresa oggi da La Repubblica. Così, sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, tanto per cambiare leggiamo: «Sulle donne e sul loro ruolo nelle istituzioni e nella società civile i media sono pieni di stereotipi. Penso agli spot con le mamme che servono la famiglia o il corpo femminile usato per promuovere viaggi e computer». Alludendo, ancora una volta, ad un immagine femminile teoricamente sminuita dai grembiulini ostentati dalle mamme degli spot,  come dai succinti costumini sfoggiati con disinvoltura dalle aspiranti miss, su cui la Boldrini preferirebbe calare un pietoso velo. Tanto che recentemente in quel suo scagliarsi contro gli stereotipi rosa abusati in tv c’è stato addirittura chi ha paventato l’invocazione implicita a ricorrere ad una sorta di “burqua” censorio, da contrapporre al dilagare mediatico di «ragazze troppo spesso soltanto mute o svestite». Il punto, se davvero riprendendo una polemica sterile e abusata e superata si volesse trovare un punto, è che se realmente come diceva McLuhan «il medium è il messaggio», in quelle rassicuranti sequenze di accudimento familiare si esplicita anche un bisogno affettivo che non ha nulla di sociologicamente o sessualmente svilente. E se mulini e mamme sprint ai fornelli evocano l’atmosfera domestica di una felicità inseguita e quotidianamente rinnegata purtroppo da un welfare incompiuto, che certo non ha ancora risolto il problema prioritariamente femminile della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, poco incidono spot e gingle pubblicitari: per stare davvero dalla parte delle donne non serve polemizzare su quanto un’attrice in abito da sposa possa entrare nel merito della pubblicità di uno macchina, o con quali e quanti vestiti sia più opportuno reclamizzare uno yogurt piuttosto che un profumo: basta considerarle tutte facce, rispettabili e rispettose, di una stessa medaglia.