L’Europa delle incertezze vive un’altra stagione. Con più ombre che luci

La stravaganza con la quale si annunciano possibili riprese o drammatiche cadute è pari all’incertezza che regna sovrana in  Europa. Tutta la zona euro vive sospesa in attesa di capire quale dimensioni potrà avere il pressoché certo successo elettorale della Merkel  in Germania, ossia vedere, se e quanto, la sua politica dovrà concedere alla Csu bavarese, uscita rafforzata dalle urne, e come si dispiegherà il sistema delle alleanze, dopo il pesante arretramento dei liberali. Non meno influente sulle aspettative dei mercati finanziari  è l’uscita di scena di Summers, la cui guida al timone della Federal  Reserve era data per scontata. Un’uscita  che apre le porte a Janet Yellen, e sarebbe la prima volta di una donna al comando della Fed. Attesa per attesa, anche per noi italiani la situazione non è affatto rosea. Qui siamo alle prese con la furia ossessiva che anima la singolar tenzone  intorno al destino politico di Berlusconi. Ma non è il solo problema che inquieta e rende incerto il futuro. Ci sono, purtroppo,  i dati dell’economia che continuano ad essere negativi, nonostante il premier Letta si affanni a vedere il bicchiere mezzo pieno. La recessione sta mettendo in ginocchio il Paese. Il tasso di disoccupazione continua a calare, soprattutto tra i giovani. Dati alla mano, nel secondo trimestre di quest’anno solo 6 persone su 10, nella fascia tra i 25 e i 34 anni, erano al lavoro. Un secco 10 per cento in meno rispetto al dato del 2007. Il 5,8 per cento in meno rispetto al 2010. Esaminando questi dati, dire che la riforma Fornero del mercato del lavoro sia stata una buona riforma,  è come bestemmiare. Al Sud si è superata la soglia del 30 per cento. Per un totale di circa un milione di giovani disoccupati. Le cose non vanno meglio per chi il lavoro lo aveva, e l’ha perso. Rientrare nel circuito produttivo per quarantenni e cinquantenni è come cercare un ago in un pagliaio. Quanto alle imprese, inutile ripetere cose che si sanno. La Grande Crisi sta desertificando l’area produttiva. L’unico settore che ancora tiene, per ragioni abbastanza comprensibili, è quello alimentare. Altri settori, pochi in verità, come il manifatturiero e l’hi-tec  cercano di resistere. Resistere, si badi. Una pura sopravvivenza ,sperando in tempi migliori. La maggior parte, a cominciare dall’edilizia, è lì che langue, sottoposta a stress preagonico. In un panorama così desolante, un barlume di luce viene dalle cifre che riguardano l’esportazione. Ed è una fortuna: una fortuna che dobbiamo tenerci stretta , se non vogliamo affondare definitivamente. Quanto al settore creditizio, le cifre dell’indebitamento sono imbarazzanti. Si calcola che, tra ritardi e mancati pagamenti, l’insoluto nel 2012 abbia raggiunto i 34 miliardi. Secondo l’Unirec,   la federazione che raccoglie gli operatori nel recupero crediti, l’esposizione maggiore interessa le famiglie. Dal canto loro, le imprese sono esposte per oltre mille miliardi col sistema bancario. A rendere il quadro ancor più inquietante  è  il fatto che non poche di queste imprese, quelle  che vantano un credito con lo Stato, cui forniscono  beni e servizi, ricevono in cambio pagamenti in tempi insopportabili, alle calende greche. Sempre che i pagamenti, poi, arrivino davvero. Insomma, viviamo di indebitamento. Sono indebitate  le famiglie, lo sono le imprese. Un indebitamento record,  accompagnato a tassi di interesse sempre più alti, perché le banche temono di non  riuscire a recuperare le somme prestate; mentre le aziende faticano ad ottenere nuove linee di credito persino a fronte di interessi usurai. Parlando a Berlino, il presidente della Bce, Mario Draghi, si è preoccupato di richiamare tutti alla realtà. “La ripresa è ancora agli inizi – ha sottolineato – L’economia rimane fragile”. Parole chiare, nette.  Che dovrebbero far riflettere chi alimenta facili illusioni per la crescita dello 0,3 per cento registrata nel secondo trimestre nella zona euro. Draghi ha parlato di un segnale assai tenue, di una fase “embrionale”. Come dire che c’è ancora molto da fare per uscire dal tunnel. A cominciare dall’accesso al credito. E qui le note si fanno dolenti. Se si vuole rimettere in piedi l’economia reale , che è quella che produce beni e servizi, e quindi ricchezza da distribuire, occorre intervenire su due livelli: sulla curva dei consumi, in flessione verso il basso, e garantendo  tassi stabili e  finanziamenti alle imprese. Draghi si è impegnato ad agire su quest’ultimo versante. Previa una più stretta sorveglianza sullo stato patrimoniale degli istituti di credito e un sistema più omogeneo  delle regole che ne sovraintendono l’operatività in regimi giurisdizionali assai diversi fra loro. Nelle parole del presidente della Bce, riaffiora l’idea di perfezionare l’Unione economica e monetaria con un’unione bancaria, il cui merito sarebbe quello di spezzare il circolo vizioso tra crisi dei debiti sovrani e crisi delle banche. L’idea riflette le decisioni assunte durante il Consiglio europeo del 13 dicembre 2012. In quella sede si decise di adottare, entro il 2014, un meccanismo di supervisione bancaria sotto l’egida della Bce.  Solo che, allora, la  Germania impose che il meccanismo  dovesse funzionare solo per le banche cosiddette “sistemiche”, ossia per quelle too big to fail , e non  per tutte le banche della zona euro. Stabilire a priori quali banche si possano identificare come sistemiche non è, però,  operazione semplice e breve. Né  il fallimento di diverse piccole banche può giudicarsi  privo di conseguenze per l’insieme del sistema creditizio europeo.  Il terreno è  scivoloso. Se dovesse diventare anche ambiguo, sarebbero guai seri.