Letta dice: “Andiamo avanti”. Il Pdl accusa il Pd di stalinismo e spera che Napolitano sia il garante di tutti

Sono ore concitate per il governo. Le voci di crisi si rincorrono con insistenza e ad esse si aggiunge la notizia – non confermata – che Silvio Berlusconi avrebbe registrato ieri il videomessaggio in cui spiega agli italiani perché è stato costretto alla fine a far naufragare le larghe intese. L’appello di Enrico Letta alla responsabilità e il suo ostentato ottimismo hanno un po’ ritardato i tempi ma che il governo sia tutt’altro che stabile è un elemento ormai certo e chissà se basterà l’appoggio di Giorgio Napolitano (anche lui secondo il Corriere intenzionato a rivolgersi agli italiani in caso di crisi) per scongiurare il precipitare degli eventi.

“Per me il governo dovrebbe durare cinque anni – afferma Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, in un’intervista al Corriere – Ma se il Pd continua nell’operazione stalinista di voler usare una sentenza per eliminare il nemico politico, se continua a puntare allo sfascio, sarà lui a decretare la fine del governo. L’unica risposta, a quel punto, per noi sarebbero le elezioni anticipate”. Brunetta si appella al Capo dello Stato. ”Soprattutto in questo suo secondo mandato e in questo momento storico, la figura di Napolitano è sempre più centrale”, dice. ”Abbiamo lo spread a 243, siamo il malato di un’Eurozona in cui tutti tranne noi hanno un piede fuori dalla recessione, ma vediamo la luce in fondo al tunnel e abbiamo bisogno di un governo. Perché sacrificare tutto questo e scegliere la strada di una guerra civile fredda? Perché abbandonare la pacificazione annunciando a nome del Pdl la fiducia al governo, mentre applaudiva anche Enrico Letta? Ci si può fermare un attimo prima, e lo dico agli amici del Pd. In questo schema – sottolinea – Napolitano deve essere il garante finale di tutti”. I democratici, accusa Brunetta, ”si stanno comportando anche peggio dei magistrati che hanno condannato Berlusconi. Violentano lo stato di diritto, vogliono cancellare il nemico storico che ora è il più fedele alleato, giocano tra loro a chi la spara più grossa” e questo ”anche perché ciascuno vuole monetizzare consensi ai danni dell’altro in vista del loro congresso”.

Dario Franceschini lancia il suo monito, invece, dalle colonne de La Stampa: ”Chi facesse cadere il governo ne pagherebbe le conseguenze di fronte al Paese. E continuare a trasmettere sui media una sensazione di instabilità quotidiana produce già un danno enorme”. Per il ministro dei Rapporti con il Parlamento ”sbaglia i calcoli chi pensa di far cadere il governo per andare alle urne subito”. ”Se si aprisse una crisi, la scelta sarebbe tutta nelle mani del Capo dello Stato” che ”ha detto parole molto chiare sul fatto che non si possa tornare a votare con questa legge, per di più sottoposta ad un giudizio di costituzionalità che avverrà in dicembre”.