Le nuove Br danno “consigli” ai No-Tav. E Alfano manda altri 200 militari

Il movimento No Tav deve «compiere un altro salto in avanti, politico organizzativo, assumendone anche le conseguenze, o arretrare». È quanto scrivono dal carcere in cui sono rinchiusi, in un documento apparso su internet, Alfredo Davanzo e Vincenzo Sisi, delle cosiddette “nuove Br”. A conferma che in Val di Susa le ragioni della protesta ambientalista hanno ceduto sotto l’onda d’urto di logiche di potere decisionali che con la matrice ecologica ha ben poco in comune. Adesso sono addirittura frange estreme del terrorismo a suggerire, dal carcere, la strategia da seguire. Intanto, in via precauzionale e difensiva, viene blindato il cantiere Tav in Val di Susa, epicentro di scontri e rappresaglie: a conferma della guerra ormai senza tregua in atto, guerra su cui intervengono persino le nuove Br. Una guerra scatenata dal movimento No Tav, rispetto alla quale oggi il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, presieduto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, ha deciso di inviare sul posto altri 200 militari. Finora erano circa 215 i soldati del quinto reggimento Alpini impiegati nella difesa della recinzione del cantiere; ad oggi, però, come spiegato dal Viminale, «Dopo un’approfondita analisi delle manifestazioni di protesta e dei recenti episodi di danneggiamento a carico di alcune imprese, legati alla realizzazione della Tav Torino-Lione, il Comitato, nell’evidenziare la necessità di tenere alto il livello di attenzione e vigilanza, ha deliberato, attraverso una rimodulazione del Piano di impiego dei militari nel controllo degli obiettivi a rischio, l’invio di ulteriori 200 unità per le esigenze di sicurezza del cantiere Tav in Val di Susa». La conferma, stigmatizzata dalla necessità di intervenire rafforzando il controllo sul territorio, che ormai la violenza ostentata e rivendicata ha addirittura cancellato le ragioni iniziali di quella che era cominciata come una protesta, e che nel tempo è stata trasformata dall’ala più radicale del movimento in una vera e propria guerra. Una guerra combattuta a colpi di pietre, petardi, bombe carta, bottiglie trasformate in armi chimiche. Una guerra che ha tramutato azioni dimostrative in veri e propri assedi, manifestazioni in azioni di rappresaglia contro le forze dell’ordine. Una guerra che ha reso sempre più difficile distinguere tra attivisti e frange violente, e che ha infiltrato tra le schiere del movimento No Tav anche gruppi di black block provenineti dall’Italia e dall’estero, pronti a dare sfogo alla più inaudita violenza focalizzata contro gli agenti di polizia. Una guerra di cui ormai si è perso il conto dei feriti. Una guerra ormai sfuggita di mano ai referenti politici del movimento No Tav, e di cui oggi è sempre più difficile riprendere il bandolo della matassa, avendo gli attivisti in prima linea mescolatisi a insurrezionalisti a cui non interessa nulla della protesta ambientale, scelto la strategia dello scontro violento, abbandonando la strada del dialogo e dell’informazione civile. Una guerra rinnegata in ultima analisi persino dalla sinistra radicale che quasi fino all’ultimo ha sostenuto le argomentazioni No Tav, salvo rendersi conto in zona Cesarini della matrice antagonista ed eversiva del movimento, e del suo pericolosissimo potenziale esplosivo. Una guerra in cui ormai sembra essersi endemizzato il virus della strumentalizzazione, tanto che gli stessi valligiani, “ribelli” delle origini per ragioni ecologiche, hanno preso le distanze dalla deriva armata che ha piegato le ragioni dell’opposizione al progetto alla logica della violenza sistematica. E allora, «Ottima e tempestiva» è stata definita dal vicepresidente dell’Osservatorio per la Torino-Lione, Osvaldo Napoli, la decisione del ministro Alfano di inviare altri duecento militari a presidio del cantiere Tav di Chiomonte. Aggiungendo che «Il livello delle minacce da parte di gruppuscoli terroristi si è molto alzato negli ultimi tempi, e non è giusto che i lavoratori del cantiere siano alla mercé di una masnada di violenti. Né i lavoratori, né gli strumenti del loro lavoro, se è vero che costosissime macchine sono state bruciate non più tardi di 10 giorni fa». E concludendo che, «Con la decisione del ministro e del Consiglio dei ministri, si dà la risposta giusta a quanti pensano di sovvertire impunemente le deliberazioni di organi dello Stato. La Tav è un’opera fondamentale per lo sviluppo del Piemonte e dell’Italia – ha chiosato Napoli – e lo Stato ha il dovere di garantirne la realizzazione, nei tempi previsti e concordati in sede europea e con la Francia».