L’arresto della “Zarina” Lorenzetti smaschera il bluff del buon governo delle Regioni rosse

Fino a ieri esempio di “buon governo” del Pd, oggi gli stessi che la esaltalvano svelano che in Umbria, chi la conosceva bene, le aveva appiccicato l’epiteto di Zarina. E’ la parabola di Maria Rita Lorenzetti, quattro legislature da deputato, entrata in Parlamento giovanissima grazie alle sue capacità e al curriculum, etichettata dai media di volta in volta come «cattocomunista», «più dalemiana di D’Alema», «tifosa sfegatata di Bersani». Nella sua «carriera politica brillante» c’entravano anche i natali giusti: «Papà operaio con l’Unità in tasca e la madre sarta e molto religiosa», scriveva in un ritrattino agiografico il Corriere della Sera qualche anno fa. Un curriculum mandato alle ortiche in poche ore. Ieri la Zarina è finita in manette. Le motivazioni sono pesantissime. Ha scritto il Gip, nell’ordinanza in cui dispone gli arresti domiciliari per sei dei 31 indagati dell’inchiesta sul tunnel Tav a Firenze. «Grazie al ruolo» di presidente di Italferr e «alle entrature politiche» come ex presidente della Regione Umbria e membro della direzione nazionale del Pd, Maria Rita Lorenzetti intendeva «perseguire tre obiettivi precisi di comune interesse che diventano per ciò stesso le finalità dell’organizzazione criminale». A scriverlo il gip di Firenze Angelo Pezzuti nell’ordinanza. Di certo qualcuno tra il magistrato e i “laudatores” della Lorenzetti degli anni passati, ha preso una grossa cantonata.

La parabola della Zarina, al di là degli esiti giudiziari, è paradigmatica di come la propaganda della sinistra, con l’aiuto dei principali quotidiani della sinistra, abbia avuto un peso determinante sull’immagine che gli italiani hanno del “buon governo” dei postcomunisti sul territorio. Il partito guidato oggi da Cofferati si è riempito la bocca in passato con il “buon governo” delle Regioni rosse. Ma restano solo proclami. Non c’è solo l’Umbria della Lorenzetti, ma anche, tanto per fare un esempio eclatante. La città simbolo, Bologna. Città amministrata ancora oggi dalla sinistra, nonostante lo scandalo del sindaco Pd, Filippo Delbono, costretto alle dimissioni da una inchiesta che gli è costata anche una condanna di un anno e mezzo. Come pure è passato praticamente sotto silenzio il fatto che la regione simbolo dei postcomunisti, l’Emilia Romagna, trampolino di lancio di Pierluigi Bersani, viva momenti giudiziari imbarazzanti. Il Pd ha un successore pronto per Vasco Errani. Come nelle aristocrazie dinastiche c’è chi è pronto ed è già stato investito per fare da governatore per le elezioni dell’anno prossimo. È Stefano Bonaccini, oggi coordinatore del Pd, per il quale la Procura di Modena ha chiesto il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio e turbativa d’asta. «Di sicuro Bonaccini dimostrerà di sicuro la sua innocenza», hanno intonato in coro i big del partito. Perché il Pd sa essere pure garantista, ma solo quando tocca ai suoi.