La rivincita della lingua italiana: la Corte Ue ci dà ragione sui bandi di concorso

Una buona notizia, una piccola vittoria per la nostra grande lingua italiana, così poco tutelata nel mondo e quel che sconcerta anche in sede comunitaria. Il Tribunale Ue del Lussemburgo ha deciso oggi di annullare, come richiesto dall’Italia, alcuni bandi di concorso per posti di lavoro nelle istituzioni Ue perché scritti, nelle versioni integrali, solo in inglese, francese e tedesco. Una «diversità di trattamento» tra l’altro vietata dalla Carta dei diritti fondamentali. Una vecchia storia nella quale l’Italia si trova sempre nelle condizione di tenere alta la guardia. Già nel 2008, in occasione di un concorso per amministratori in sede Ue, la prova prevedeva prove di pre-selezione rigorosamente nelle tre lingue privilegiate: inglese, francese o tedesco. Lì facemmo buona guardia attraverso il ministero per le politiche europee e il ricorso fatto dall’Italia fu vinto. Ma ripetutamente sono arrivate lamentele per una condotta penalizzante verso la nostra lingua che comprende anche la pubblicazione dei brevetti europei, il taglio dei traduttori in italiano, fino al caso eclatante avvenuto nel 2007 con il sito Internet dedicato al 50° anniversario del Trattato di Roma inizialmente presentato con l’esclusione dell’italiano, cioè della lingua del Paese dove quel Trattato di cui si celebrava la ricorrenza era stato firmato.

Tornando ad oggi, la sentenza, spiegano fonti della Corte, dà indicazioni molto chiare e concrete alla Commissione Ue sulla necessità di pubblicare i bandi integralmente in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. Quindi, conclude il Tribunale, chi avesse voluto partecipare ai concorsi era “svantaggiato” rispetto a un candidato di lingua madre inglese, francese o tedesca. La piccola vittoria odierna non esonera dal riconoscere che è un po’ anche colpa nostra se una lingua di peso come l’italiano – siamo tra l’altro uno dei Paesi fondatori dell’Unione – debba trovarsi spesso come una “cenerentola” fuori dai confini nazionali. Che ne è del progetto di costituire un Consiglio superiore della lingua italiana, sul modello di altre nazioni, che presentò il centrodestra dai primi anni 2000? Non fu mai calendalizzata la proposta di legge, per la quale tra l’altro furono coinvolti linguisti e studiosi. Non se ne parla più da tempo ormai. Quindi in assenza di una politica linguistica italiana – che certo non può essere rappresentata solo dall’ attempata Accademia della Crusca- non c’è poi da stupirsi  se qualche “sgambetto” viene tentato. Andrebbe tirato fuori un po’ di orgoglio culturale. L’italiano è alla base della cultura moderna, come si sa, e molto di ciò che oggi è europeo è stato italiano. Perfino un quotidiano come Le Monde ne prendeva atto nel 1980, includendo la lingua italiana tra le possibili «lingue europee». Ma non è pensabile che si possa difendere la nostra lingua all’estero se non la si difende prima nel nostro Paese. Nessuna meraviglia, quindi, che la situazione linguistica non sia delle più rosee. Intanto, incassiamo questa vittoria, ma la battaglia è più lunga e profonda.