La foga giustizialista del Pd farà male soprattutto alla sinistra

Pinuccio Tatarella usava dire che in politica non bisogna mai mettere l’avversario in condizioni di non aver più nulla da perdere, perché in quel caso potrebbe avere qualsiasi reazione, anche quella di provocare danni a tutti, compreso se stesso. Questo insegnamento tatarelliano oggi servirebbe molto al Partito democratico e al centrosinistra in generale. Sul caso della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, infatti, si sta commettendo l’errore di mettere il Cavaliere in condizioni di non aver più nulla da perdere, con il rischio che insieme col suo scranno di parlamentare saltino anche governo e legislatura e, di conseguenza, salti il fragile equilibrio che soprattutto grazie al governo Monti ha trovato ultimamente la nostra economia pubblica.

Il 19 ottobre prossimo la Corte d’Appello di Milano emetterà la sentenza richiesta dalla Cassazione e ricalcolerà correttamente i tempi della pena accessoria da comminare a Berlusconi. La legge prevede da uno a tre anni e qualsiasi sarà l’ammontare della pena deciso dai giudici il leader del Pdl sarà fuori dal Senato. A quel punto non ci saranno più scappatoie, considerato che un ulteriore ricorso alla stessa Cassazione che ha chiesto di ricalcolare l’interdizione difficilmente sarà ammissibile e che a quel punto il Senato non si troverà di fronte ad una spinosa prima applicazione, come nel caso della legge Severino, ma dovrà solo prendere atto della sentenza definitiva dei giudici.

Se, quindi, la decadenza di Berlusconi avverrà comunque nel giro di poche settimane e secondo il lineare percorso previsto dall’iter giudiziario, non si capisce il motivo per cui il Pd va alla ricerca della soluzione politica con un voto maggioritario sull’applicazione e l’interpretazione della Legge Severino. Con l’uscita dal Parlamento di Berlusconi si chiude una stagione durata esattamente venti anni, dall’endorsement del novembre 1993 a favore di Gianfranco Fini al novembre 2013, mese in cui probabilmente il Cavaliere sarà costretto a lasciare le aule parlamentari. Si tratta di un passaggio storico che non richiede foga giustizialista, visto che tutto quello che doveva accadere è già accaduto e che dal giorno dopo Pd e Pdl saranno comunque costrette a collaborare per un bel po’, quanto meno per governare quel che resterà della legislatura o, meglio ancora, per dar vita ad un pacchetto di riforme. Purtroppo il congresso del Pd anziché farsi con i delegati si sta facendo sulla pelle degli italiani, tanto da non essere stato neanche convocato. Le questioni interne al partito di Via del Nazareno stanno spingendo la parte più dura a cercare la soluzione politica alla caduta di Berlusconi, con la segreta speranza che questo provochi la famosa reazione di chi ormai non ha più nulla da perdere. Così sarebbe Berlusconi a far cadere il governo, Letta va a casa, si accelerano i tempi del voto, si tengono le primarie per il candidato premier e si rinvia il congresso. Con l’obiettivo di permettere a Renzi di diventare premier, ma senza consegnargli il partito, che i vecchi inquilini di Botteghe Oscure vogliono continuare a gestire. Alla faccia della stabilità del Paese e della tenuta della nostra economia.