La Costa Concordia si risolleva. E tutta l’Italia si aggrappa alla metafora della “rinascita”

Alle 4 del mattino l’operazione di rotazione della Concordia era conclusa. Sorrisi del capo della protezione civile Franco Gabrielli, applausi per il responsabile del progetto Franco Porcellacchia, accolto come una star Nick Sloan, il direttore dei lavori della Titan Micoperi, il consorzio italo-americano che ha tentato con successo il recupero del relitto.

La copertura mediatica dell’evento è stata meticolosa, l’Italia e il mondo hanno puntato gli occhi sull’isola del Giglio. Nel gran chiacchierare che si è fatto si è perso di vista forse l’aspetto più luttuoso e doloroso della vicenda: la ricerca dei due corpi ancora dispersi. Ovviamente su tutta l’operazione si sono esercitati opinionisti di razza, fino a creare due fronti contrapposti: chi vede nell’operazione Concordia la metafora della rinascita del paese e chi ritiene che questo paragone sia il parto di una retorica dura a morire. Intanto il premier Enrico Letta, per non sbagliare, si è volentieri inserito nella scia di coloro che hanno trattato l’evento come un capitolo epico: tutti coloro che lavorano al Giglio – ha scritto su Twitter – sono un grande orgoglio italiano.

A battere tutti sul tempo era stato profeticamente Enrico Mentana, che si era chiesto: vediamo chi sarà il primo gonzo a usare la Concordia come metafora sull’Italia che si raddrizza. Ma il parallelismo era troppo “ghiotto” per poterlo evitare e così ci è inciampato subito Roberto Saviano: “Sembra muoversi un impronunciabile sogno da subcosciente: se si raddrizza la nave, simbolo di un paese alla deriva che lentamente affonda, c’è speranza magari che si raddrizzi l’Italia e che torni a galleggiare”. Banalità a buon mercato o irresistibile richiamo simbolico della nave associata a un paese che rischia il naufragio?

Il filosofo Thomas Kuhn, per esempio, riteneva che non potesse esserci una vera rivoluzione del pensiero che non si fondasse sull’uso di una metafora. La metafora, infatti, esercita un potere di “condensazione” del concetto che non ha bisogno di ulteriori orpelli logici per fare presa sulla nostra ragione e sulle nostre coscienze. Ma attenzione: i tempi storici impongono l’uso di un paradigma, scelgono la “metafora” più conveniente. In tempi di crisi nerissima e con il governo Monti impegnato a imporre tasse su tasse per ripianare i conti la nave affondata, il naufragio, il capitano che abbandona l’equipaggio, la pietosa opera di soccorso, le vittime e i loro sogni infranti erano tutte immagini conformi al sentimento collettivo. Oggi c’è un sentire differente: si vuole uscire da quello schema, ed è ancora la nave ad offrire la metafora perfetta a questo bisogno psicologico. Quanto alla retorica che giustamente Mentana paventava, non c’è niente da fare: siamo il paese di Dante e i suoi versi sull’Italia “nave senza nocchiere in gran tempesta” sono, in definitiva, parte inestirpabile del nostro alfabeto identitario così come gli Schettino sono il lato oscuro di un “carattere” italiano in perenne attesa di riscatto.