In attesa che salti il governo, sono saltati i nervi a tutti. Ma Letta è ancora ottimista: beato lui

In attesa del D-Day si alternano momenti di ottimismo cautissimo a momenti di nerissimo sconforto. Mancano tre giorni alla messa in onda del messaggio televisivo di Silvio Berlusconi e il Pdl trema. Non sono sereni neppure gli altri partner di governo, naturalmente, ma loro possono fidare su un qualche “piano B”, come il Letta-bis. La confusione, le tensioni, i drammi personali e collettivi che s’intrecceranno quando il Cavaliere farà capire che le larghe intese si sono ristrette per sempre fino ad annullarsi, saranno inevitabili. E nessuno oggi può prevedere, neppure con una qualche approssimazione, quali saranno gli sbocchi di un’autodifesa che i soliti ben informati già definiscono “deflagrante”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’indisponibilità assoluta del capo dello Stato di accedere alle richieste di Berlusconi, in primis la grazia totale che avrebbe dovuto comprendere anche la cancellazione della pena accessoria, vale a dire l’interdizione dai pubblici uffici. Non sappiamo chi abbia messo in testa a Berlusconi un’idea del genere, ma immaginare che una sentenza definitiva, quale che sia il giudizio su di essa, possa essere disattesa da un provvedimento di clemenza presidenziale, peraltro neppure richiesto, ci sembra fuori dalla realtà. Per di più non s’è mai visto che un condannato venga graziato ancor prima di cominciare a scontare la pena. Come al solito Berlusconi è stato consigliato male. Se avesse avuto “suggeritori” che gli indicavano un’altra strada – una strada politica che non costringeva il presidente della Repubblica ad emettere il comunicato del 13 agosto dal quale non si è più mosso –  probabilmente le cose si sarebbero messe meglio. E’ difficile, ci rendiamo conto, immaginare un altro scenario, ma la manfrina andata in scena per un mese non ha certo agevolato il cammino sia pur minimamente soddisfacente verso la soluzione dell’intricata vicenda.

D’altra parte se il Pdl, resosi conto della impossibilità di pervenire ad un esito diverso, avesse immediatamente rotto con il Pd dopo le dichiarazioni di Epifani a pochi minuti dalla lettura della sentenza, probabilmente non saremmo a questo punto. Con le spalle al muro Letta (Enrico) e Napolitano avrebbero dovuto prendere atto della inevitabile fine del governo e regolarsi di conseguenza.

Adesso tutto è possibile. E, francamente, non riusciamo a comprendere l’ottimismo manifestato dal presidente del Consiglio. Letta (Enrico) forse non si rende conto che il suo governo è già in crisi, che non può aspettarsi nulla di buono dalla decadenza di Berlusconi  dichiarata dal Pd ed è ben strano che non gli faccia nessuno effetto, quali che ne siano le ragioni, che non si può cacciare dal Parlamento il capo del partito con cui si governa senza ottenere i più che naturali effetti.

Da questa crisi c’è da attendersi di tutto. Un Letta-bis raccattando una decina di senatori; un altro governo tutto di sinistra, ma pur sempre con apporti spuri; le elezioni anticipate che Napolitano non concederà mai e , dunque, le relative sue dimissioni alzando la bandiera della sconfitta. Quel che è sicuro è che se non interverranno fatti nuovi, non ipotizzabili al momento, dopo la rottura tra il capo dello Stato e Letta (Gianni) che gli ha recato l’ultimo messaggio di Berlusconi respinto con perdite, questo governo  lunedì potrebbe essere finito.

Bisogna pur dire che Napolitano, non essendo uno sprovveduto, ha pensato bene alla vigilia dell’ultimo ballo di  nominare ben quattro senatori a vita, tutti di sinistra, per tentare di costruire un’altra maggioranza se dovesse maturare il disimpegno del Pdl. E’ stato questo l’atto che il Cavaliere ha considerato  di ostilità estremo verso le sue richieste e le sue speranze. Adesso non ha altra strada che quella che si profila con il discorso di domenica sera: lanciare la palla nel campo avversario e vedere l’effetto che fa. Con un’unica prospettiva, accarezzata fin dal primo momento dopo la sentenza: le elezioni anticipate prima che maturino le condizioni giudiziarie che gli impedirebbero di candidarsi. Ma anche questa sembra sbiadire se la decadenza dovesse arrivare subito. Meglio allora far saltare il tavolo, così si dice tra Arcore e Palazzo Grazioli, con tanti saluti alla “pacificazione” nella quale, siamo costretti ad ammetterlo, ha creduto soltanto Berlusconi peraltro senza nessun  reale fondamento.