Il giorno della vergogna 70 anni dopo: l’8 settembre è la ferita (non del tutto rimarginata) dell’anima italiana

Per il settantesimo anniversario della catastrofe dell’8 settembre non sono in programma commemorazioni  ufficiali di particolare rilievo. Tutto sarà riservato alla stampa e a Raistoria. Nulla di strano.  Da ben altre preoccupazioni afflitti, gli italiani non sembrano particolarmente  interessati a rivisitare oggi gli angoli bui del proprio passato. Va d’altra parte anche osservato che le massicce rievocazioni proposte in occasione del 150° dell’Unità d’Italia avranno sicuramente prodotto l’effetto di “saturare” per un po’ di tempo   l’interesse collettivo riguardo alla memoria storica nazionale.

Il fatto è però che la riflessione sul trauma italiano di 70 anni fa continua (o dovrebbe continuare) a interessare  una opinione pubblica “di destra” , non foss’altro per la tradizionale sensibilità di questo mondo verso i temi che maggiormente hanno inciso (nel bene e nel male) sull’identità nazionale. E qui è doveroso rilevare che la rilettura  dell’8 settembre e della tragedia (la guerra civile) di cui  l’Armistizio e la fuga del re furono la premessa hanno prodotto negli anni passati importanti momenti di ricomposizione dell’identità storica comune. Basterà dire che la legge che istituì nel 2004 il Giorno del Ricordo ( in onore degli esuli italiani delle terre adriatiche e  delle vittime delle Foibe) fu votata a larghissima maggioranza dal Parlamento. E vale la pena anche ricordare i tanti, significativi  eventi che dal Congresso di Fiuggi in poi hanno scandito il dibattito pubblico sulla memoria storica: il riconoscimento di Violante delle  ragioni dei “ragazzi di Salò” in apertura della XIII legislatura, lo straordinario successo del libro di Pansa sul “sangue dei vinti” , il mutamento  complessivo di tono nelle discussioni storico-politiche. Poi, certo, i faziosi non disarmano mai. Ma siamo in ogni caso lontani dal clima delle memorie divise e contrapposte che si respirava in Italia fino a vent’anni fa.

Il problema è però che tutto ciò non si è ancora tradotto in nuove abitudini civili e in una effettiva rivitalizzazione del tessuto politico nazionale. L’Italia, (ancorché la storia non sia più in fattore divisivo come in passato),  rimane un Paese sempre sull’orlo di uno “sciopero morale” e di un “8 settembre” minacciosamente incombente: si chiami pure default dello Stato oppure paralisi istituzionale. È come se le deficienze strutturali dell’Italia che si rivelarono tragicamente 70 anni fa corrispondessero a una malattia profonda e sempre potenzialmente produttrice di effetti. Nel celeberrimo pamphlet La morte della Patria , uscito nel  1996, Ernesto Galli della Loggia, a proposito della liquefazione  della struttura militare italiana avvenuta l’8 settembre,  scrive che il disastro della statualità italiana fu il sintomo di un «vuoto spirituale e di carattere» che metteva direttamente in gioco la «credibilità della sfera pubblico-statuale italiana». E ciò indipendemente dal regime fascista. Un disastro simile  (ancorché dagli effetti assai meno tragici) era del resto avvenuto con la disfatta di Caporetto nel novembre del 1917. Poi ci fu la prova d’0rgoglio del Piave e di Vittorio Veneto. Dopo l’8 settembre ci furono, come reazioni d’orgoglio, la Rsi, da una parte, e la resistenza, dall’altra. Ma la guerra civile fu tragica e atroce. E, nel dopoguerra, il “giorno della vergogna”  continuò pesantemente a condizionare l’immagine dell’Italia.

I mali italiani che si rivelarono in quel tragico giorno non sono insomma scomparsi. E talvolta tendono a ripresentarsi  nei momenti difficili. Le cause sono complesse, ma tra queste va sicuramente annoverato il fatto che la politica italiana, da dopoguerra in poi, non ha mai realmente voluto, per lunghi decenni, ricomporre le fratture nazionali.  Né è mai riuscita a indicare la “missione” di una nazione rinnovata. «La Patria -scrisse Gian Enrico Rusconi nel 1993– la si è messa da parte per inerzia. Nel dopoguerra ci si siamo ritrovati uniti nella ricerca del benessere. Caduto quest’ultimo, è rimasto il vuoto».

Fa sempre male rileggere La Pelle di Curzio Malaparte: «Tutti noi ufficiali  e soldati facevamo  a gara  a chi buttava più eroicamente le armi e le bandiere nel fango (…). Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo perso con i tedeschi».  È duro rileggere certe pagine. Però è un esercizio utile a mantenere sempre desta la coscienza, di italiani. Ex amaror salus.