Gli ex-An rimasti in Forza Italia difendano la storia della destra da ricostruzioni bugiarde

Mi è già capitato di commentare la decisione di Berlusconi di riesumare Forza Italia e di definirla un’operazione nostalgia, per cui mi limito a ribadire che la ritengo funzionale ai ragionamenti ed alle necessità politiche del Cavaliere e del suo gruppo più ristretto ma sostanzialmente estranea alle reali esigenze del Paese. Il fatto che il Pdl, inopinatamente archiviato per presunto scarso appeal elettorale, evidenzi invece da tempo una sorprendente vivacità nei sondaggi ne è una prova inconfutabile. Non è neppure il caso qui di sindacare la procedura adottata per sbaraccare un partito – cosa che persino nella Corea del Nord avrebbe richiesto uno sforzo un po’ più consistente di un semplice sfrego d’inchiostro davanti a un notaio – quanto piuttosto di confutarne le motivazioni addotte dal gruppo dirigente, tutte orientate a far emergere la necessità di riprendere quel sogno liberale a suo avviso mai realizzato per colpa di alleati infidi e, sottinteso, dello stesso popolo italiano sempre generoso ma non abbastanza da consegnare a Forza Italia la maggioranza assoluta. Propaganda, ovviamente. Neanche originale, ma oggi questo passa il convento.
La realtà è ben diversa e va raccontata se non altro per restituire alla politica una quota rilevantissima di elettorato italiano non di sinistra e per evitare che qualsiasi “cosa” nasca o si riorganizzi nell’area cosiddetta moderata finisca zavorrata in origine dall’accusa di scarso coraggio riformatore.
Come destra abbiamo già dato, in tutti i sensi. Il tormentone degli ex-An causa di tutti i ritardi e di tutte le omissioni imputate al centrodestra di governo andrebbe rintuzzato innanzitutto da coloro che pur provenendo da quest’area hanno deciso di arruolarsi sotto le bandiere forziste. In tal caso, farebbero bene a ricordare alcune questioni non secondarie. Primo: il “meno tasse per tutti”, vero cavallo di battaglia della discesa in campo del ’94, resta di drammatica attualità per una serie di vincoli, anche esterni, ma non perché gli alleati – men che meno la destra – ne abbiano sabotato l’attuazione. Mai un dicastero economico è stato nella disponibilità di un esponente di An. Secondo: la riforma della giustizia, madre di tutte le battaglie e di tutte le sconfitte del centrodestra, è stata osteggiata solo nella legislatura appena trascorsa quando il disegno suicida di sganciamento finiano ha cominciato a dispiegarsi. Precedentemente esistevano diverse sensibilità in merito, circostanza del tutto fisiologica e che comunque non ha impedito alla coalizione di reggere l’urto di leggi e leggine tuttora controverse. E avrebbe retto ancora meglio e persino messo in difficoltà i settori garantisti della sinistra se essa avesse deciso di perseguire la strada maestra del riequilibrio tra poteri dello Stato attraverso il ritorno alla Costituzione del ’48 in materia di guarentigie parlamentari. Ma questa era politica e, come tale, severamente proibita. Terzo: la riforma della governance repubblicana era stata portata a termine dall’allora Casa della Libertà (Fi, An, Ccd e Lega) ma non passò l’esame del referendum per colpa quella volta sì di un alleato, il Carroccio, che preso dalla foga di celebrare la vittoria della devolution, fornì paradossalmente alla sinistra parasecessionista del Titolo V le armi per condurre una campagna elettorale in nome dell’unità nazionale. Quella riforma conteneva il premierato, la fine del bicameralismo, la modifica del procedimento legislativo, il recupero in Costituzione del Mezzogiorno, la clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale e la riduzione del numero dei parlamentari. Tutto finito in fumo in omaggio alla propaganda del cosiddetto asse del nord (Fi-Lega via Tremonti). Penso che basti.
Questa è la storia. Sostenere oggi che c’è bisogno di tornare a Forza Italia per depurarsi dalle scorie degli antichi compagni di strada e liberarsi di sabotatori e traditori significa far torto all’intelligenza e alla verità. Del resto, basta leggere le cronache recenti o ascoltare i fuori onda degli ultimi giorni per rendersi conto che a sabotare e a tradire c’è sempre tempo. E non c’è bisogno di essere alleati.