Fermate il mondo, voglio scendere. Perché i “signorsì” hanno conciato male l’Italia

Fermate il mondo voglio scendere. Il nuovo ordine globale sognato nei due decenni passati ormai non esiste più. Le potenze regionali (vedi Russia), come dimostra il caso della Siria, stanno tornando protagoniste. Andiamo verso  il multipolarismo, con nuovi equilibri geopolitici che s’annunciano. E, parallelamente, decade l’utopia cosmopolitica del governo mondiale.  Sul nuovo numero di Limes si comincia a parlare di mondo “post-americano” , per intendere la crisi degli Usa – ben rappresentata oggi dall’amletismo riguardo alla Siria –  di proporsi come la «nazione eccezionale» votata a promuovere la democrazia nel mondo. Se il sogno “unilateralista” americano è in crisi, neanche il progetto “multilateralista” dell’Onu se la passa  tanto bene. La crisi del “nuovo ordine” mondiale è anche e soprattutto la crisi delle organizzazioni internazionali. Non c’è dubbio, in questo contesto, che le democrazie nazionali possano esprimere un nuovo protagonismo.  Il grande errore – dice lo storico Mark Mazower intervistato da Lucio Caracciolo – sta nel contrapporre le sovranità nazionali a una «sovranità» (così la chiama lo studioso) internazionale. «Storicamente, le architetture internazionali di successo erano quelle che riconoscevano la tenacia delle istituzioni nazionali e con esse lavoravano. L’Unione europea ne è una prova lampante, in  quanto i suoi ideatori erano degli statisti. Anche gli attuali pessimo sondaggi d’opinione in Europa suggeriscono questa correlazione:la gente perde fiducia in Bruxelles quando perde fiducia anche nei confronti delle proprie élite nazionali».

Il problema è che, nell’assenza di una coscienza geopolitica dell’Unione europea, il protagonismo appartiene a quei Paesi capaci di far valere meglio la propria  massa critica, come la Francia, la Germania, la Gran Bretagna. L’Italia, che pure è in prima fila da molti anni nelle missioni internazionali di pace, è fatalmente condizionata dalla sua scarsa competitività, dalla sua incapacità di crescita, dall’inefficienza complessiva del sistema. Sarebbe il momento, in attesa di superare i nostri handicap strutturali,  di provare a recuperare qualche posizione nella competizione geopolitica, soprattutto per quello che riguarda le  ricadute in campo energetico (vero e proprio tallone d’Achille del nostro Paese). È di sicuro interesse  l’accordo siglato tra Italia e Azerbaigian   sulle forniture energetiche e la partecipazione del nostro Paese alla costruzione del nuovo gasdotto Tap. Ma già nel Salento si annunciano proteste sul modello di quelle No Tav. E qui forse è nella disunità cronica e nell’incapacità di imporre la nozione di interesse nazionale, il nostro più grande handicap. Se è così, se alla fine sono sempre gli egoismi di territorio e di categoria a prevalere, allora ci meritiamo davvero l’infimo posto in cui siamo retrocessi nella classifica internazionale della competitività. E non  ci dobbiamo nemmeno lamentare.