E il Piave mormorò, qui passa lo straniero. Gli spagnoli si prendono Telecom, le mani dei francesi su Alitalia

Va bene attirare gli investimenti dall’estero, ma farsi spogliare dei pezzi strategici e portanti del sistema industriale italiano forse è un po’ troppo, anche per un Paese come l’Italia che non è proprio messo male come la Grecia. Ma intanto qui da noi si fa shopping. Per Telecom l’accordo è fatto: agli spagnoli va la maggioranza relativa della società di telecomunicazioni italiana. Ma dietro l’angolo c’è anche il passaggio della maggioranza assoluta di un altro nostro fiore all’occhiello agli stranieri: Alitalia, dopo il tentativo della cordata di imprenditori italiani messa su da Berlusconi che aveva cercato di difendere il gioiello italiano, rischia di finire definitivamente nelle mani del gruppo Air France-Klm nel silenzio della politica e dei media. La società francese presenterà proposte per una ristrutturazione del debito di Alitalia e proverà, come al solito, a tendere la mano al governo italiano per un “aiutone”, mentre sistema industriale italiano si sbriciola pezzo dopo pezzo. Gli occhi oggi sono puntati sulla spagnola Telefonica che ha sottoscritto un aumento di capitale di 324 milioni di euro a 1,09 per azione e ha così acquistato parte delle quote Telco, la holding che controlla il 22,4% di Telecom da Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo. Un’operazione complessa che vede gli spagnoli, in questa prima fase, salire dal 46 al 66% di Telco, con un’opzione per incrementare a breve la partecipazione al 70 per cento, dopo l’ok dell’Antitrust di Brasile e Argentina. L’operazione si articola in due fasi. Nella prima l’aumento di capitale da 324 milioni prevede l’emissione di azioni di classe C prive del diritto di voto, convertibili in azioni con diritto di voto a determinate condizioni, che fornirà a Telco le risorse per rimborsare una prima parte dell’indebitamento finanziario a scadenza il prossimo novembre, mentre i residui 700 milioni saranno interamente finanziati da Mediobanca e Intesa in parti uguali. A seguito dell’aumento, Telefonica avrà il 66% di Telco, di cui il 46,2% con diritto di voto, Generali il 19,32%, con diritto di voto per il 30,6%, e Intesa e Mediobanca il 7,34% entrambe, con diritto di voto pari all’11,6%. Contestualmente all’aumento, Telefonica acquisterà pro-quota una parte del prestito Telco fino al 70% del totale, in cambio di azioni proprie al valore di 10,86 euro ciascuna. Telefonica, poi, dopo le autorizzazioni previste dalle Autorità, sottoscriverà un nuovo aumento di capitale di Telco per 117 milioni di euro, sempre senza diritto di voto, convertibile poi in azioni ordinarie con diritto di voto, fino a raggiungere il 70% di Telco. Il nuovo accordo tra Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e Telefonica prevede la possibilità di una scissione Telco a partire da giugno 2014. I soci Telco, si legge in una nota, «mantengono la possibilità di vedersi attribuire le azioni di Telecom Italia, uscendo così dal patto parasociale, attraverso la scissione di Telco, che potrà essere richiesta durante una prima finestra tra il 15 ed il 30 giugno 2014 ed una seconda finestra tra il 1° ed 15 febbraio 2015». Un accordo che in Borsa è stato salutato positivamente. In preapertura a piazza Affari Telecom vola: il titolo segna un rialzo teorico del 4%. Ma che crea dibattito. Per la Confindustria  si tratta di uno snodo importante. «Tuttavia – dice il direttore generale degli industriali Marcella Panucci – noi siamo neutri rispetto alla soluzione, nel senso che quello che rileva non è la nazionalità del capitale né le bandiere, quello che rileva è che siano promosse le condizioni di concorrenza che peraltro ci sono un mercato come quello delle telecomunicazioni». Mentre a livello politico a far sentire la sua voce contro è Gianni Alemanno: «La cessione di Telecom è una grande sconfitta del sistema industriale italiano. Si tratta di una società che deve gestire una realtà nazionale non facilmente negoziabile e contendibile, un po’ come le autostrade e il fatto che passi a una realtà straniera, senza colpo ferire, senza nessun intervento del governo e nel silenzio quasi totale se non dei giornali, crea un grosso problema e creerà un ulteriore smantellamento della realtà del nostro Paese».