Checco Zalone diventa un venditore di aspiravolvere, “coglione” e (guarda caso) berlusconiano…

È in arrivo sugli schermi il fallito venditore di aspirapolvere di fede berlusconiana: un nuovo prototipo di qualunquismo e decadenza  esistenziale. Ormai il Cavaliere è un’ossessione trasversale e l’antiberlusconismo si infiltra come un fiume carsico nei terreni più impensabili. Contagia dotti analisti, intellettuali di chiara fama internazionale, maitre à penser, comici e attori. È un marchio di sicuro successo che non risparmia Checco Zalone, il popolarissimo tamarro (in pugliese cozzalone) che sbanca i botteghini ridendo sui tic dell’italiano medio che si arrangia per rimanere sempre a galla. A un mese dall’uscita del suo nuovo film “Sole a catinelle” (nelle sale il 30 ottobre), che si prennuncia un altro successo dopo l’exploit di “Che bella giornata” con 45 milioni di euro incassati, in un’intervista al Corriere della Sera “il mitico Checco” anticipa i tratti del suo nuovo personaggio, che è «il peggiore di tutti». Nel film (che lui stesso dice «fa anche un po’ cag…»), l’amatissimo comico pugliese veste i panni di un mediocre  venditore di aspirapolvere, squattrinato e fallito, che promette al talentuoso figlio (con tutti dieci a scuola) una vacanza premio che non può permettersi, sullo sfondo lo stucchevole mondo dei ricchi. Stavolta Checco è un «coglione», uno che c’ha creduto, un berlusconiano, che però se ancora esistesse voterebbe Democrazia cristiana. L’accostamento è già un manifesto, un messaggio subliminale alla ricerca della risata a tutti i costi giocata su un filone sicuro, ma Zalone (uno snob mascherato) ci tiene a precisare che non vuole fare la morale, che detesta le ideologie, che la politica non c’entra: «Nel film il Cavaliere non è mai nominato, è il sottotesto, sotto, molto sotto». Ma l’effetto è lo stesso. Del resto il fuoriclasse uscito dalla scuderia di Zelig non è nuovo alle punzecchiature dei potenti, dei pezzi grossi, alle crociate contro la retorica di personaggi-cult mescolando trivialità e raffinata critica di costume. Stavolta l’icona nazionalpopolare del nuovo cinema  (che parla di se stesso in terza persona come Berlusconi, sottolinea ridendo) non resiste alla tentazione di mettere in scena l’abusato stereotipo del berlusconiano tutto anticomunismo e disperata “voglia di yacht”. Eloquente una conservazione: quando in una scena il figlio chiede per gioco a Checco: “papà cosa diresti se ti dicessi che sono…”, silenzio interminabile, poi aggiunge “omosessuale”. Respiro di sollievo del padre: “Ah, meno male, pensavo che dicessi comunista!”. Il nuovo Fantozzi zaloniano, insomma, tocca i nervi scoperti dell’attualità e si accoda ai sentimenti prevalenti di un antiberlusconismo di maniera. Chissà cosa accadrà alla vigilia di un autunno che si preannuncia politicamente molto caldo. In passato gli fu perdonata la pesante parodia della D’Addario che andò in scena in prima serata su Canale 5, persino Piersilvio chiuse un occhio insieme al direttore di rete, devono aver capito che mettere alla berlina il «maniaco» Berlusconi significava indurre il pubblico a identificarsi con lui. «Io non sono così – disse Zalone – ma sotto sotto, se ci penso bene, qualche residuo di quel machismo facile, di quell’aria tronfia da collezionista, sta pure dentro di me».