Caro Letta, la vicenda Telecom con il mercato c’entra proprio poco

È proprio vero che a volte il patriottismo può diventare l’ultimo rifugio dei furfanti. La storia è piena di tiranni, felloni e avventurieri che ricordavano di essere figli di una terra solo quando vedevano minacciate le loro rendite di potere o erano costretti a fronteggiare un pericolo. L’esempio più clamoroso è quello di Stalin di fronte all’avanzata nazista: per chiamare a raccolta il popolo si appellò a quella Santa Madre Russia che la sua fede comunista gli obbligava di rinnegare. Ma lasciamo la storia e veniamo alle cronache odierne occupate dal caso Telecom Italia.
Il colosso italiano delle tlc è passato in mano straniera, spagnola per l’esattezza, la qual cosa ha riacceso un patriottismo industriale che pensavamo ormai decisamente fuori tendenza dopo decenni di lirismi euroeuforici, di zuccherosi discorsi sulla globalizzazione e sulle mirabilie di Maastricht. Invece, resiste. Che peccato però accorgersene solo ora che potremmo erigere un obelisco con iscritti i nomi dei marchi nazionali volati oltreconfine in un silenzio pressoché totale. “È il mercato, bellezza!”, sembra rispondere oggi il premier Letta che – giustamente – ricorda a tutti che Telecom è una spa e come tale può acquistare e vendere, persino ad una compagnia straniera dal momento che ai capitali non si richiede il passaporto. Non fa una grinza, tanto più che l’acquisto del nostro incumbent da parte del colosso (superindebitato) iberico pareggia quello nel settore energetico di Endesa da parte di Enel. Italia-Spagna 1 a 1. Avercelo anche che nel calcio un risultato così, sarebbe addirittura da festeggiare.
Ma è davvero mercato? Da noi certamente, sì. Negli Usa, invece, nazione che di mercato un po’ più di noi s’intende, forse non avrebbero mai autorizzato un’operazione come quella che porterà gli spagnoli a diventare padroni della Telecom. Basti pensare che Telefonica ha finora incrementato il proprio peso in Telco, cioè la holding che attraverso un patto parasociale tra Intesa, Mediobanca, Generali di Telecom controlla solo il 22,4 per cento. Un’operazione di ingegneria societaria, prevista dalla nostra legge, ma priva della trasparenza di un’opa, l’offerta pubblica di acquisto. Non è un caso che solo quest’ultima modalità sia consentita dalla legislazione di sistemi economici come gli Usa, cioè autenticamente liberali. Di più: difficilmente un mercato realmente competitivo assisterebbe inerte alla confusione tra compagnie assicurative, banche e industria, cioè tra finanza e impresa con le prima a scalare e a scalzare dai posti di comando i vecchi capitani. Chi concede il credito è più forte di chi lo chiede. E quando chi lo concede diventa egli stesso imprenditore, non bisogna poi stupirsi se gli assetti societari diventano più importanti dei piani industriali, le relazioni più dei risultati d’impresa, le stock option più dei lavoratori. È la finanziarizzazione dell’economia. Non il mercato, ma una sua distorsione. Letta farebbe a non confondere.
Il premier, se lo ritiene, può ancora dire la sua sullo scorporo della rete, che rappresenta il vero asset strategico di interesse nazionale, e sulla possibilità di esercitare la golden share come richiesto da più settori, sindacati compresi. In poche parole un governo non è tale se riesce a tenersi al riparo dalle risse inscenate dalla propria coalizione, ma quando interviene sulle questioni fondamentali. Nel caso della vicenda Telecom, almeno una telefonata il premier avrebbe potuto farla. Non avrebbe allungato la vita del suo governo ma ne avrebbe tutelato la dignità.