Borse a picco? Che ipocrisia: forse la colpa è più di Obama (e dei conti Usa) che del centrodestra italiano

La Borsa «precipita» e lo spread «schizza». Ma la colpa è davvero tutta della crisi politica italiana che ha innescato Berlusconi con la storia dei ministri e del governo? È vero che Piazza Affari è in difficoltà, ma a ben vedere lo sono le Borse di tutta Europa; quando poi vediamo le chiusure negative di Tokyo o Hong Kong, riesce francamente difficile credere che il “pronunciamiento” del Pdl possa turbare così profondamente gli equilibri finanziari mondiali. Con buona pace del Silvio nazionale, forse non è lui la causa di tanta sciagura. Anche perché il petrolio sta calando e l’oro si sta rafforzando, circostanze che capitano quando c’è qualcosa di molto serio nell’economia internazionale. È chiaro che ad affondare la Borsa di Tokyo – col contestuale deprezzamento del dollaro sulla divisa nipponica – non sono state le incertezze dei ministri pidiellini o la preoccupazione di Napolitano ma l’accordo sul budget americano tra i partiti: se la “quadra” in Congresso non si trova, gli Stati Uniti non avranno più fondi per finanziare tutto ciò che è federale, con risultati disastrosi non solo per gli Usa ma per tutto il mondo occidentale. Altro che crisi innescata da Berlusconi. Come è noto, infatti, e ce lo dice il Fondo monetario internazionale, shock positivi o negativi negli Stati Uniti hanno un effetto contagio sulle altre economie superiore a quello dell’area euro e del Giappone. Un aumento a sorpresa della crescita americana dell’1% si traduce in un aumento della crescita dello 0,2% negli altri Paesi dopo due anni, così come anche in caso negativo l’effetto America è maggiore. Come dimostra il caso Lehman Brothers. Ad esempio – è sempre il Fmi che lo dice – un aumento delle tasse pari all’1% del pil negli Stati Uniti riduce il pil di altri Paesi di circa l’1,5% dopo tre anni a fronte di una contrazione americana del 2,5%. Figuriamoci se il governo di Washington dichiara bancarotta che cosa potrebbe succedere. E le piazze finanziarie internazionali lo sanno. Non lo sanno gli ignoranti e quelli accecati dall’odio per “il nemico principale” di Arcore. Tanto è vero che domani il premier giapponese Shinzo Abe, sulla base della congiuntura economica descritta dalla Bank of Japan, dovrebbe varare un pacchetto di stimoli per scongiurare pressioni sulla ripresa in atto. Tokyo non ha in previsione di convincere i politici di casa nostra a recedere dall’idea di mettere in difficoltà il governo Letta.

Tutto si deciderà domani, e parliamo dei problemi veri: se alle 12, fuso di Washington, non sarà trovato in Congresso un accordo sul budget dello Stato, allora il governo degli Stati Uniti dovrà di fatto chiudere bottega, perché non sarà più in grado di finanziare varie agenzie federali, per mancanza di fondi. E oggi l’accordo sembra lontano, dopo che i repubblicani alla Camera – dove sono in maggioranza – hanno approvato una norma che lo lega a un rinvio dell’Obamacare, la riforma sanitaria fortemente voluta da Obama. Si tratta di una sfida aperta e apparentemente avviata verso un vicolo cieco, poiché il provvedimento deve ora tornare al Senato e i democratici hanno già affermato che qualsiasi cambiamento alla Obamacare sarebbe stato respinto. Però, però… con ogni probabilità il mancato accordo causerà il temuto shutdown del governo. Anche se alla Camera hanno approvato una legge, all’unanimità, che consente di continuare a pagare il salario dei militari e anche se altri servizi di emergenza sono comunque garantiti per legge, rimane la bomba dell’oltre un milione di dipendenti federali, che potrebbero essere messi in congedo non retribuito. Insomma, i repubblicani intendono indurre il presidente a una trattativa, ma Obama ha affermato che su questo non scenderà a patti. E ci stupiamo se le Borse accusano il colpo?