Alfano punta i piedi. E come dargli torto?

La critica rivolta fino alla nausea ad Angelino Alfano è sempre stata quella di essere fin troppo ragionevole. Anche la formula che ha utilizzato per dare espressione al suo recente disagio è stata oggetto di lazzi, per quella sua espressione di “diversamente berlusconiano” che fa il verso al diversamente abile del linguaggio politicamente corretto. Eppure si tratta di una formula che non cela minimamente il suo pensiero anche se lo esprime in modo come al solito molto educato, forse troppo per i toni ai quali il giornalismo ha abituato la politica. Se non gridi non fai notizia. Quello che Alfano non dice ma che non ci vuole un traduttore per decodificare, è che una volta che prendi un tizio è lo “investi” del titolo e dell’autorità di segretario di un partito non puoi delegittimarlo di continuo e soprattutto non gli puoi sciogliere il partito per decreto, cambiandogli nome e vertici, senza quasi avvertirlo. E se riesci poi a fargli fare un accordo di ampie dimensioni e lo fai esporre a tal punto da rivestire il ruolo di vice-premier, non gli sparecchi la tavola senza ascoltare il suo parere. E se tu sei investito delle responsabilità di rappresentare – se non guidare – il suddetto partito in sede politica e persino governativa, non è carino che, dal primo momento che ha assunto l’incarico, si ritrovi impallinato e insultato dal giornale di riferimento degli elettori di quel partito che tra l’altro è di proprietà della famiglia di quello che lo ha indicato come suo delfino, lo ha proclamato segretario del partito e lo ha sostenuto come vice-premier. Ecco, se c’è un rimprovero che con amicizia possiamo rivolgere ad Angelino è che tutte queste condizioni c’erano già prima e quando moltissimi esponenti del Pdl sostenevano, in pubblico e in privato, che erano necessarie nel partito delle regole certe, dei meccanismi di selezione più “politici”, delle consegne sulla comunicazione che non lasciassero continuamente trasparire l’immagine di un pollaio starnazzante e soprattutto che la rotta e addirittura la selezione dei dirigenti non potevano dettarle i giornali più o meno “simpatizzanti”, la sua estrema educazione lo avrebbe dovuto indurre a fare qualcosa di più. Il fatto che lui riconfermi il suo affetto a Berlusconi non è certo strumentale. Ma quando si dice a una persona che ha sempre ragione anche quando non se ne è convinti non gli si dimostra affetto, ma cinico e parassitario interesse. Che Alfano abbia tirato una riga significa quindi anche che non è uno yes-man o un cortigiano. E meriterebbe di essere ascoltato perché la sua lealtà è sincera.