Sorpresa: le Femen e le femministe non vanno d’accordo. Le nuove amazzoni resteranno “vittime” del marketing?

Le Femen sono le paladine di un nuovo femminismo? Il dibattito è apertissimo, e controverso. Lo dimostra il documentario fuori concorso a Venezia che racconta i retroscena del movimento nato in Ucraina nel 2008 e capeggiato da Anna Hutsol (una delegazione di Femen dovrebbe partecipare alla Mostra). Per la regista Kitty Green le attiviste in topless non avrebbero come obiettivo la guerra tra i sessi ma il monopolio mediatico su questioni che lambiscono l’universo femminile e in particolare i diritti.

In pratica il vecchio femminismo rests spiazzato dal look aggressivo e urlato di queste amazzoni a seno nudo e infatti non tutte le femministe sono disposte ad applaudire il movimento. Alcune, come Lea Melandri, non si ritrovano proprio in forme di provocazione come quelle inscenate dalle Femen. Da una parte il “femenismo”, quindi, dall’altra il femminismo. “Io sono critica – ha spiegato Lea Melandri al Corriere – perché da questo movimento viene messo sotto silenzio tutto quel patrimonio di cultura e pratica politica che è il pensiero del femminismo, si rischia di cancellare un pezzo di storia del movimento. Anche la provocazione alla religione di queste ragazze la trovo fuori luogo: la religione va interrogata, messa in discussione. Quello che temo è che attirino più l’occhio che le coscienze evocando un atteggiamento voyeristico e non di pensiero”. Elucubrazioni inutili per le Femen che a loro volta si sentono distanti dal femminismo “classico”. Dice Josephine Witt, tedesca di vent’anni, arerstata in Tunisia per la protesta in topless a favore di Amina, l’attivista che aveva messo su Fb una sua foto a seno nudo: “Il problema delle femministe è che sono troppo cerebrali. Noi siamo per una protesta di strada, loro dagli anni Novanta si sono chiuse nei loro circoli, nelle università, a fare la gara tra le intellettuali. La genialità di Femen consiste nell’aver trovato una forma di protesta minimalista che funziona splendidamente”.

A pensarci bene, però, tra feministe e sorelle maggiori femministe un collegamento c’è: la distanza dalla gran quantità di donne che assistono a queste mobilitazioni senza partecipare e senza comprendere. Una certa tendenza a parole d’ordine elitarie, incapaci di penetrare in profondità nel tessuto sociale. È difficile immaginare che certe provocazione possano diventare di massa (anche perché le Femen si addestrano fisicamente e psicologicamente, pare, per le loro performance). Fu lo spirito elitario l’errore di fondo del femminismo. Lo stesso che porterà presto le Femen ad essere dimenticate, magari dopo che il loro “minimalismo” sarà sfruttato a dovere dal marketing globale. Con buona pace dei bisogni reali e delle speranze delle donne vere, quelle per cui i riflettori non si accendono mai.