Siria, Obama: «Attaccheremo, ma chiedo il sì del Congresso». E poi: «L’Onu ha paura di Assad»

Barack Obama decide di fare le cose secondo le regole: «L’intervento militare è deciso, sono pronto a dare l’ordine di attacco, ma chiederò il “sì” del Congresso». Il presidente ha spiegato che attaccherà la Siria per «punire» Damasco per l’uso delle armi chimiche. Il capo della Casa Bianca ha inoltre aggiunto che l’attacco potrebbe avvenire «tra una settimana o tra un mese e sarà limitato nella portata» e ha criticato duramente le Nazioni Unite: «L’Onu è completamente paralizzato e non vuole affrontare Assad», ha detto. Quest’ultima dichiarazione è destinata a causare molte polemiche, perché l’opinione internazionale avrebbe gradito un sì del Consiglio di Sicurezza. Già in mattinata comunque fonti della sicurezza siriana avevano detto che «un attacco può avvenire in ogni momento a partire da ora», aggiungendo che le forze siriane sono «pronte a rispondere». Ma a Damasco testimoni riferiscono che la vita è tranquilla, con i negozi aperti, gente nelle strade e traffico normale. Gli ispettori dell’Onu sono partiti in mattinata con un convoglio armato e hanno già raggiunto l’aeroporto di Beirut in Libano. L’Iran promette di reagire a un’aggressione verso la Siria, ma è difficile dire se lo farà davvero. Israele rafforza le sue già spettacolari difese Iron Dome e chiama i riservisti. Mosca sfida gli Stati Uniti a presentare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu queste famose “prove” dell’uso di armi chimiche da parte del governo, circostanza negata più volte da Damasco che attribuisce ai ribelli il crimine, portando veramente le prove che i gas sono passati dalla Turchia e utilizzate dai mercenari anti-Assad contro la popolazione civile.

Ma il dato che emerge è che mai come stavolta gli Stati Uniti sono soli: solo la Francia gauchiste di Hollande la appoggia, scoprendosi guerrafondaia oltre misura. Eppure la Libia dovrebbe aver insegnato a Parigi che spesso le situazioni peggiorano dopo un’aggressione armata, così come Obama dovrebbe tener conto dei casi di Iraq e Afghanistan, Paesi sventurati dove oggi c’è sangue quotidiano. E in entrambi icasi la guerra fu avviata sulla base di informazioni false o comunque non provate: le fantomatiche armi di sterminio di massa di Saddam Hussein, mai trovate, e l’attribuzione ai talebani e a Osama bin Laden dell’11 settembre, anch’esso mai provato. Per il Kosovo andò nella stessa maniera: l’attacco partì dopo un presunto sterminio serbo (la Serbia era il cattivo di turno in quel momento) a Racak, ma molto tempo dopo comparve un trafiletto su qualche giornale che assolveva i serbi da quel massacro, poiché gli uccisi erano terroristi combattenti dell’Uck, a cui di notte furono messi dagli albanesi abiti civili. Ma la guerra era stata scatenata.

Stavolta però l’esperienza ha insegnato qualcosa: Italia, Gran Bretagna, Cipro e altri Paesi, oltre naturalmente alla Russia, si sfilano dall’ennesima avventura bellica statunitense, condotta per giunta da un Premio Nobel per la Pace. Obama è solo a voler «punire» Damasco, sulla base di prove che la stessa stampa americana ha definito assolutamente non convincenti. E mai come stavolta è vicino il rischio di terza guerra mondiale, perché se l’Iran o la stessa Siria dovessero per reazione colpire il vicino Israele, questo risponderebbe certamente in maniera poderosa e difficilmente prevedibile. La Turchia potrebbe da parte sua premere sui confini siriani e a quel punto anche la Russia potrebbe decidere di averne abbastanza. La posizione dell’Italia è la più equilibrata: aspettare intanto il “verdetto” degli ispettori delle Nazioni Unite, avere in ogni caso l’avallo dell’Onu, e preferire la via diplomatica a quella dei missili. Insomma, il Medio Oriente è di nuovo a un passo dall’infiammarsi.