Se il filosofo diventa pop… Addio speculazioni sull’Essere, la “sophia” guarda troppo al quotidiano

Lo strano destino dei filosofi italiani: giù dalle cattedre per approdare nei talk show o, ancora, dedicarsi – per essere letti e apprezzati – alla “filosofia pop”, in pratica impegnandosi nella divulgazione. E così i pensatori nostrani cessano di apparire come parrucconi distaccati dalla realtà per assaporare l’aureola del divismo. Se ne occupa oggi Roberto Esposito su Repubblica, ammettendo che “il marketing dei filosofi pop” nasconde più di un’insidia. È vero: da un lato si abbandona il linguaggio complicato e criptico che ha sempre reso la filosofia materia oscura ed eterea ma dall’altro si scavalca il dovere della ricerca per impantanarsi nel commento della cronaca contingente. Siamo assai lontani dal compito che da sempre si assegna a questo genere di pensatori: se non proprio sapienti come avrebbe voluto Platone almeno metodici come Kant o geniali come Nietzsche. Invece no: la filosofia diviene arte applicata al cinema, alla letteratura, ai videogame, alla cucina, allo shopping, alle fiction, persino al calcio… Avvicinare i filosofi al popolo non era in fondo una cattiva idea, ma doveva servire per dare profondità all’analisi del costume. Se invece il presunto filosofo si trova stretto nel derby tra berlusconiani e antiberlusconiani, se è costretto a discutere di crisi economica e di euro, magari con un sindacalista e un politicante seduti al suo fianco, il suo ruolo si sminuisce quasi fino a sfiorare il ridicolo. Se il suo nuovo linguaggio deve intersecare i prodotti dell’immaginario addio spiegazioni “ultime” sull’essenza e sull’essere. I filosofi relegati nel chiacchiericcio quotidiano non restituiscono tanto l’arte del pensiero logico all’agorà bensì ne mutano la direzione: non si guarda più alle idee ma alla fabbrichetta della comunicazione. C’è un festival della popsophia (a Civitanova Marche) che ha successo di pubblico e suscita attenzione sui media. Ma il filosofo pop è un intellettuale come tanti. Forse servirebbero filosofi capaci di elaborare sistemi, di azzardare poderose rotture o avvincenti restaurazioni. La chiosa del presente lasciamola agli opinionisti.