Rifiuti, le beffe della sinistra capitolina non sono iniziate ora: troppi gli errori commessi in passato

Dopo Napoli, anche Roma manderà i rifiuti nel nord Italia. Almeno per i prossimi quattro mesi – ma potrebbero essere molti di più – ogni giorno partiranno dalla Capitale 30 camion.  L’assessore all’Ambiente del Comune, Estella Marino, dopo una infinità di chiacchiere inconcludenti, ha detto chiaramente : «Anche se il sito della Falcognana (ndr, sito alternativo rispetto alla storica discarica di Malagrotta) avesse oggi il via libera, servirebbero dei tempi tecnici. E la discarica non sarebbe pronta per il 30 settembre». Quindi, via alle procedure selettive per individuare le ditte che dovranno presentare una offerta per il trasferimento dei rifiuti fuori dal Lazio da ottobre in poi. Il costo preventivato per l’operazione è di 15 milioni, al netto del disagio localizzativo che, ovviamente, bisognerà pagare ai Comuni  disposti ad accoglierli. La cifra, a quanto è dato sapere, copre il trasferimento di metà dei rifiuti già trattati di Roma, perché sono quelli che provengono dagli impianti dell’Ama (circa 800 tonnellate al giorno) , un’altra metà sarà trasportata fuori  dal Lazio dalla Colari di Manlio Cerroni, l’avvocato che gestisce da decenni il sito di Malagrotta, cioè la più grande discarica d’Europa. Non intendiamo addentrarci  nella disputa se fosse stato meglio prorogare il servizio a Malagrotta risparmiando quei soldi e se Falcognana rappresenti la soluzione più idonea. Certo, fa un qualche effetto vedere come alcuni autorevoli esponenti della sinistra in Regione, quando erano all’opposizione – come l’ex senatore ed ora sindaco di Fiumicino, Ester Montino – facevano fuoco e fiamme ed ergevano barricate per impedire che nascesse una discarica sulla  via consolare Ardeatina ed ora si acquattano in silenzio di fronte alle proteste dei cittadini. Ad onor del vero, anche sull’altro fronte politico, non si nota nulla di cui rallegrarsi. Dal momento che, a parti invertite, non si avvertì l’urgenza, di cui oggi si mena vanto, di chiedere alla commissione bicamerale di indagine sulle ecomafie di occuparsi di Ecofer,  cioè della società proprietaria della discarica di Falcognana,  in passato  toccata dalle inchieste di varie procure.  Vedremo come andrà a finire questa vicenda, dal momento che se ne stanno occupando il prefetto di Roma e l’Antimafia . Pensare che il tutto si risolva in tempi stretti , ci pare però una utopia. Aumenta  il sospetto che  i quattro mesi di rifiuti in trasferta siano pochi e  si allunghino oltre modo . A beneficio, è evidente, delle casse dei Comuni del nord e a nocumento del bilancio capitolino. Tant’è. Siamo alle solite. Roma paga lo scotto degli errori – e che errori ! – commessi  nell’arco di oltre un decennio.

Correva l’anno di grazia 1999 quando il termine “emergenza”  fece capolino nelle stanze ovattate del Potere romano. Il Giubileo di Papa Wojtyla  incombeva, a segnare l’inizio del nuovo Millennio. Vigeva,allora come ora, il decreto Ronchi che aveva preso il nome dal ministro di sinistra che lo aveva concepito. Quel decreto introduceva il cosiddetto “ciclo integrato dei rifiuti”. Vale a dire, un corpo normativo che portava  una ventata di novità, introducendo elementi di moderna tecnologia, in un settore complesso e delicato quale quello dei rifiuti. Si aprivano le porte al trattamento dei rifiuti per via industriale, al loro recupero e riciclo, alla loro trasformazione in energia elettrica a costi contenuti. Il rifiuto, da elemento da eliminare, per la prima volta in una legge dello Stato, assumeva il “valore” di risorsa, intesa come materia da non disperdere bensì , in gran parte, da riutilizzare per le necessità più impellenti. Da allora, e sono passati sedici anni dal varo del DL n.22 del 5 febbraio 1997, qualcosa si è fatto al Nord, poco o nulla nel Centro Sud. Niente a Roma. E sapete perché? Perché nel Lazio-  in Regione, in Provincia e in Comune- non si  dava il giusto peso ad una questione che di lì a poco sarebbe esplosa. Fu il pretore Amendola, con una lettera dai toni perentori, a scuotere dal torpore gli amministratori dell’epoca, indicando non poche inadempienze di natura amministrativa, tra cui – udite! udite!- la mancanza di autorizzazioni in quel di Malagrotta, pur  attiva da diversi anni, e la  carenza di piani che indicassero  i siti per gli impianti di trattamento e di termovalorizzazione. Fu la Provincia, non  ancora privata di funzioni di pianificazione e dotata di alcuni poteri di controllo nel settore, a muoversi per prima. A Palazzo Valentini  fu predisposto rapidamente il Piano provinciale. Un Piano  che indicava i siti idonei ad ospitare gli impianti. Redatto dagli esperti sulla base di analisi accurate dei territori interessati, il  Piano fu trasferito al Comune ed alla Regione per i pareri necessari . La Regione, peraltro ,era l’ente maggiormente inadempiente. Aveva il compito di  fornire indirizzi e varare il documento  regionale, ma non aveva fatto alcunché di quel che le competeva. Sapete come andò a finire? Finì che il sindaco di Roma , Rutelli, e il presidente della Regione, Badaloni, pressati dalle rimostranze della Provincia, si incamminarono a braccetto verso Palazzo Chigi per chiedere al loro sodale D’Alema, il presidente del Consiglio che aveva scalzato Romano Prodi , il Commissariamento della gestione dei rifiuti. E sapete a chi fu affidato il Commissariamento? Alla  Regione, cioè all’ente che aveva lasciato crescere a dismisura Malagrotta  e fatto moltiplicare il numero delle discariche nel Lazio. Come dire: affidarsi a chi è causa del fallimento. Senza contare che questo avveniva mentre saliva alle stelle la tassa che i romani pagavano  per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. A  giustificare un commissariamento così singolare, quelle fervide menti di amministratori non trovarono altra scusa che quella dell’ormai imminente Giubileo. Come a dire, che i pellegrini avrebbero sporcato di più le vie della Capitale e, quindi, bisognava correre ai ripari prima che fosse troppo tardi. Una storia, quella che abbiamo raccontata, tutta romana. Di ordinaria arroganza. E stratosferica imbecillità. Nei guasti della Roma di oggi si trovano le tracce della insipienza del passato. Il guaio è che le cose vanno peggiorando.